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	<title>Testimoni</title>
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	<description>magazine di Informazione, Spiritualità, Vita consacrata</description>
	<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:10:20 +0000</pubDate>
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		<title>UNA VITA DECOROSA PER TUTTI</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:10:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[anno europeo per la lotta alla povertà]]></category>

		<category><![CDATA[Onoriamo i poveri]]></category>

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		<description><![CDATA[Con la visita di Benedetto XVI il 14 febbraio scorso presso la Stazione Termini, all’Ostello intitolato a “Don Luigi Di Liegro” (primo e straordinario direttore della Caritas diocesana di Roma, nata più di trent’anni fa), la Chiesa e Caritas Europa hanno posto il loro sigillo di promozione dell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con la visita di Benedetto XVI il 14 febbraio scorso presso la Stazione Termini, all’Ostello intitolato a “Don Luigi Di Liegro” (primo e straordinario direttore della <em>Caritas </em>diocesana di Roma, nata più di trent’anni fa), la Chiesa e <em>Caritas Europa</em> hanno posto il loro sigillo di promozione dell’<em>Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale</em>, indetto per il 2010 dalle istituzioni del continente. </p>
<p>Il pontefice, vescovo della Chiesa che “presiede alla carità”, da una “casa” segno di accoglienza del Dio difensore dei poveri, ha ricordato che «per promuovere una pacifica convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell’unica famiglia umana è importante che le dimensioni del dono e della gratuità siano riscoperte come elementi costitutivi del vivere quotidiano e delle relazioni interpersonali. Tutto ciò diventa giorno dopo giorno sempre più urgente in un mondo nel quale, invece, sembra prevalere la logica del profitto e della ricerca del proprio interesse. Cari fratelli e amici che qui trovate accoglienza, sappiate che la Chiesa vi ama profondamente e non vi abbandona, perché riconosce nel volto di ognuno di voi il volto di Cristo».</p>
<h3>L’Europa dei poveri </h3>
<p>Queste parole sono per l’Europa! Certamente siamo più ricchi degli africani, degli asiatici, dei latinoamericani… e infatti, negli ultimi decenni, migliaia di persone e famiglie hanno abbandonato quei luoghi per cercare da noi condizioni di vita più favorevoli. Tuttavia i poveri ci sono anche in casa nostra. Grazie alla sua rete di osservatori sul territorio (47 Caritas nazionali con mense per i poveri, case di accoglienza per senza tetto, centri per rifugiati, comunità alloggio per orfani, centri di aiuto per ragazze madri, malati di Aids, carcerati, disoccupati, accompagnamento degli immigrati),<sup>1</sup><em> Caritas Europa</em> conferma questo scenario lanciando per il 2010 la campagna “Zero Poverty” con un interessante <em>Quaderno della povertà</em> (“Poverty Paper”), nella versione italiana intitolato <em>In mezzo a noi</em>. </p>
<p>A dieci anni dal varo della strategia di Lisbona che aveva l’obiettivo di imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà entro il 2010, l’Unione Europea (UE) registra oggi quasi 80 milioni di persone (17% della popolazione) che vivono sotto la soglia di povertà; 19 milioni sono bambini. Il 23,5% degli europei sopravvive con 10 euro al giorno; il 9% vive in nuclei familiari privi di lavoro. L’OCSE stima che nella seconda metà del 2010 il tasso di disoccupazione si avvicinerà a un nuovo massimo dal dopoguerra (10%, con 57 milioni di disoccupati). </p>
<p>Più dell’80% degli europei crede che la povertà sia aumentata nel proprio paese negli ultimi tre anni. È quanto risulta da una ricerca di <em>Eurobarometro </em>nel 2009. Disoccupazione e stipendi insufficienti a coprire i costi della vita sono le motivazioni più addotte dagli intervistati. Ulteriore ragione è l’alto costo delle case: i due terzi ritiene difficile ottenere un’abitazione decente a un prezzo ragionevole. I fattori personali di impoverimento più citati sono: mancanza di educazione e formazione professionale, povertà ereditaria, dipendenza da sostanze, mancanza di relazioni familiari e personali. </p>
<p>Si conferma in Europa la vulnerabilità dei <em>disoccupati</em>: il 41% di essi vive al di sotto della soglia della povertà. Ma anche il lavoro, a causa delle trasformazioni del mercato occupazionale, non è più condizione sufficiente per sentirsi al sicuro; le persone che, pur con impiego, sono scivolate sotto la soglia della povertà (<em>working poors</em>) sono l’8% di tutti gli occupati della UE; più numerosi in Grecia (13%) e Polonia (14%), meno nei Paesi Bassi, Finlandia e Danimarca (4%). E una volta entrati nel tunnel, si rischia di non uscirne: il 75% di chi fatica ad arrivare a fine mese ottiene difficilmente un mutuo, un terzo ha problemi nell’avere un prestito e la metà ad avere una carta di credito. </p>
<p>Ovviamente il quadro dell’incidenza della povertà varia sensibilmente a seconda dei singoli stati. Nella Repubblica Ceca e nei Paesi Bassi, per esempio, vive al di sotto della soglia di povertà il 10%, mentre in Grecia si arriva al 21% e in Lettonia al 23%. Si consideri che in ben cinque dei 27 stati UE, una quota di popolazione compresa tra il 20 e il 40% non può consumare un pasto equilibrato una volta ogni due giorni. Nel caso dell’<em>Italia</em> le famiglie che si trovano in condizioni di “povertà relativa” (soglia convenzionale: spesa media mensile pari o inferiore a mille euro per famiglie di due persone) sono stimate in circa 2 mln e 800mila (11% delle famiglie residenti); nel complesso sono poco più di 8 mln le persone povere, il 13,5% dell’intera popolazione. Il fenomeno continua a essere più diffuso nel sud (23,8%), dove l’incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del paese (4,9% nel nord e 6,7% nel centro), e tra le famiglie più ampie. </p>
<p>Il rischio di povertà incide diversamente anche sui differenti gruppi sociali. I bambini a rischio di povertà (19 milioni, il 19%) sono generalmente figli di padre o madre disoccupati o con lavoro precario. Nel Regno Unito, in Spagna e nei Paesi Baltici la percentuale di chi si trova a rischio di povertà sale al 25% fra le persone oltre i 65 anni. E ancora, le donne (17% del totale delle europee), soprattutto le <em>single </em>(25%), sono più colpite rispetto agli uomini (15%). </p>
<h3>Offrire a tutti una vita dignitosa</h3>
<p>La povertà è uno scandalo. Ogni essere umano ha diritto ad avere accesso ai mezzi necessari per vivere una vita decorosa. <em>Caritas </em>propone un modello che definisce la povertà come “assenza di benessere”, ponendo così l’accento sulla questione dell’accesso al sistema di <em>welfare </em>come parte del <em>ben-essere</em> per tutti i cittadini. Infatti, dove un numero crescente di persone vive in condizione di indigenza, aumentano sperequazioni e tensioni sociali; si indebolisce il senso del bene comune e il paese arretra socialmente: il rischio di violenza, criminalità e indebolimento della <em>governance </em>è più elevato e rende più debole la democrazia e i diritti umani. </p>
<p>Considerando ora le condizioni strutturali per lo sviluppo del benessere, esse comprendono: a) la possibilità per ognuno di essere autonomo nel quotidiano e di garantire l’autonomia della propria famiglia (ciò include le spese per cibo, alloggio, salute, mobilità e partecipazione sociale); b) la possibilità per ognuno di proteggersi contro rischi sociali quali disoccupazione, malattia, infortuni e disabilità; c) la possibilità per ognuno di tutelare il proprio <em>standard </em>di vita in caso di ritiro dalla vita lavorativa, tramite un sistema di previdenza pubblica e/o accantonando qualche risparmio.<br />
<img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/ragnatela-poverta.jpg" alt="" title="" width="545" height="620" class="aligncenter size-full wp-image-6699" /><br />
Ne consegue che la situazione di <em>welfare </em>è definita da tre pilastri: il mercato del lavoro, la famiglia e lo stato socio-assistenziale. Proprio la solidità di questi tre pilastri è sempre più minata – e lo si è visto nella crisi globale scoppiata nel 2008 – dai cambiamenti indotti dalla globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico: i lavoratori si riscoprono oggi dentro una competizione globale per l’occupazione mentre aumenta la pressione su retribuzioni/condizioni di lavoro; la forza-lavoro flessibile deve essere pronta ad accettare salari fluttuanti, a cambiare spesso luogo di lavoro, a lavorare con orario irregolare e a ricevere continuamente formazione. I lavoratori poco qualificati, i dipendenti anziani e le persone con problemi di salute trovano sempre più difficile guadagnarsi da vivere e in quasi tutti i paesi aumentano i “lavoratori poveri”. Anche la vita familiare sta cambiando, poiché la flessibilità richiesta costringe a organizzarsi in maniera del tutto nuova: aumentano la dose di <em>stress </em>e le tensioni supplementari, che possono degenerare (ad esempio sotto forma di violenza domestica e di rottura dei legami familiari). Così aumentano i costi, materiali e psicofisici, e per molti il reddito familiare spendibile può scendere fino alla soglia di povertà. </p>
<h3>Un pensiero alternativo </h3>
<p>La questione fondamentale, pertanto, è come trovare nuovo equilibrio tra i pilastri del <em>welfare </em>(lavoro, famiglia e stato socio-assistenziale), in modo che possano adempiere alle loro funzioni. Al riguardo, è decisiva una visione della realtà che origini dai poveri e tra i poveri, un pensiero alternativo sul futuro comune (arricchito tramite il “dialogo civico”, i legami sociali, le relazioni e l’emancipazione), in cui i poveri non siano visti solo come vittime, ma anche come protagonisti della propria storia. </p>
<p>Questa <em>opzione preferenziale per i poveri </em>permette una lettura multidimensionale della condizione di indigenza. La Caritas ha individuato otto aspetti specifici del tema “povertà”: risorse finanziarie, benessere derivante dallo stato di salute, situazione abitativa, livello d’istruzione, integrazione occupazionale, integrazione sociale, integrazione inerente alle norme sulla residenza e la famiglia d’origine. Si scopre subito che sono dimensioni non indipendenti, ma interconnesse. Spesso è un evento critico nella vita di una persona a spingerla verso i margini della società: ad esempio, la perdita del posto di lavoro può condurre alla perdita di identità, che la vittima cerca di superare con l’abuso di alcol, fatto che genera tensioni nella relazione con il <em>partner</em>, sfociando nella richiesta di separazione e quindi nel ritiro della persona dalle attività sociali. Si aggiunga che ciascuna delle fasi dello sviluppo dell’individuo (famiglia, istruzione scolastica, formazione professionale, lavoro, creazione di famiglia e pensionamento) è caratterizzata da rischi di povertà ben precisi. </p>
<p>Di fronte a tutto questo, si può comprendere quanto sia lacunoso che le politiche sociali attuali rimangano incentrate sull’assistenza. È necessario invece concentrare il sostegno sulle prime fasi della vita e sulle transizioni tra una fase e l’altra, assicurandosi che la spirale della povertà non venga imboccata. Questo richiede politiche che si prendano cura delle famiglie indigenti in una fase iniziale, in modo da evitare il “trasferimento intergenerazionale” della povertà. La povertà insomma è un problema che riguarda tutti e il modo migliore per combatterla è prevenirla. </p>
<p>In particolare poi per i discepoli di Cristo la povertà, quale condizione spirituale ed esistenziale di “beatitudine”, è condizione decisiva della sequela; essa tuttavia non è mai in contraddizione con l’esigenza, altrettanto decisiva, di liberare dalla povertà come miseria nelle forme dell’accoglienza dell’altro, dell’ospitalità fraterna e del servizio gratuito. Per la Chiesa, vivere a tutti i livelli quest’<em>Anno europeo contro la povertà e l’esclusione sociale</em>, significa dunque cogliere un’opportunità di annuncio e testimonianza. Ci è data un’occasione concreta per provare a costruire, nella “casa comune” europea, quel nuovo <em>umanesimo integrale</em> – fatto di lotta alla miseria, promozione della dignità naturale di ciascuno attraverso la cittadinanza e l’inclusione sociale, l’impegno sobrio e responsabile di tutti per il bene comune – di cui parla il papa nell’enciclica <em>Caritas in veritat</em>e. </p>
<p><small>1. Il <em>network </em>Caritas va oltre i 27 paesi comunitari e impiega circa 700mila volontari e 560mila operatori, grazie ai quali si sostengono in modo continuativo 22 milioni e 500mila poveri.</small></p>
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		<title>IL “VOLTO” DELLA GIUSTIZIA</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[pastorale liturgica]]></category>

		<category><![CDATA[domenica delle Palme]]></category>

		<category><![CDATA[Quaresima Anno C]]></category>

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		<description><![CDATA[Il rito della benedizione delle palme e la processione sono solo un rito di introduzione. Al centro di questa “domenica di passione” c’è la proclamazione dei racconti della passione e morte di Gesù. È il “primo atto” della celebrazione della Pasqua del Signore.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/domenica-palme.jpg" alt="" title="" width="300" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-6695" />Il rito della benedizione delle palme e la processione sono solo un rito di introduzione. Al centro di questa “domenica di passione” c’è la proclamazione dei racconti della passione e morte di Gesù. È il “primo atto” della celebrazione della Pasqua del Signore.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>UN INVITO ALLA FIDUCIA</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:08:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - esperienze]]></category>

		<category><![CDATA[Giornata mondiale vita consacrata]]></category>

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		<description><![CDATA[Dai messaggi ascoltati, si è avuta ancora una volta la conferma della grande considerazione di cui gode la VC nella Chiesa. Molto opportunamente Benedetto XVI ha detto: «Se non ci fosse, quanto sarebbe più povero il mondo».
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/adorazione-eucaristica.jpg" alt="" title="" width="440" height="317" class="aligncenter size-full wp-image-6692" />Dai messaggi ascoltati, si è avuta ancora una volta la conferma della grande considerazione di cui gode la VC nella Chiesa. Molto opportunamente Benedetto XVI ha detto: «Se non ci fosse, quanto sarebbe più povero il mondo».</p>
]]></content:encoded>
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		<title>GESÙ AVREBBE USATO I MASS MEDIA?</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[pastorale]]></category>

		<category><![CDATA[chiesa e internet]]></category>

		<category><![CDATA[mass media]]></category>

		<category><![CDATA[religiosi in internet]]></category>

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		<description><![CDATA[Ai discepoli Gesù disse: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27). I tetti oggi non sono più quelli fatti di mattoni, ma di moltiplicatori analogici e digitali; sono le reti televisive, i cyberforum, la rete di internet, i blog, i giornali online.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-6688" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/blog-400x138.jpg" alt="" width="400" height="138" />Ai discepoli Gesù disse: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (<em>Mt </em>10,27). I tetti oggi non sono più quelli fatti di mattoni, ma di moltiplicatori analogici e digitali; sono le reti televisive, i <em>cyberforum</em>, la rete di <em>internet</em>, i <em>blog</em>, i giornali <em>online</em>.</p>
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		<title>È QUESTIONE DI FEDELTÀ CREATIVA</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/15/e-questione-di-fedelta-creativa/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:06:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - problemi generali]]></category>

		<category><![CDATA[cambiamenti]]></category>

		<category><![CDATA[discernimento]]></category>

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		<description><![CDATA[Il discernimento è necessario perché tutto cambia. Non si può rimanere immobili. Cambia il cuore degli uomini; cambiano le circostanze del nostro apostolato… cambiano gli interrogativi che ci poniamo. Anche le priorità, pur rimanendo le stesse, col tempo si vedono in maniera diversa.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/discernimento-274x300.jpg" alt="" title="" width="274" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-6683" />Il discernimento è necessario perché tutto cambia. Non si può rimanere immobili. Cambia il cuore degli uomini; cambiano le circostanze del nostro apostolato… cambiano gli interrogativi che ci poniamo. Anche le priorità, pur rimanendo le stesse, col tempo si vedono in maniera diversa.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>UNA FIAMMA D’AMORE SEMPRE VIVA</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/15/una-fiamma-d%e2%80%99amore-sempre-viva/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - istituti femminili]]></category>

		<category><![CDATA[Francesco di Sales]]></category>

		<category><![CDATA[ordine della Visitazione di Santa Maria]]></category>

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		<description><![CDATA[Francesco di Sales nel fondare la Visitazione puntò sull’essenziale della vita cristiana. Malgrado tanti ostacoli, il suo progetto suscitò in tante donne di ogni condizione un grande entusiasmo perché videro in esso una risposta al loro desiderio di giungere alla pienezza dell’amore. È un progetto che continua a essere attuale.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/annency-visitazione-225x300.jpg" alt="" title="" width="225" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-6680" />Francesco di Sales nel fondare la Visitazione puntò sull’essenziale della vita cristiana. Malgrado tanti ostacoli, il suo progetto suscitò in tante donne di ogni condizione un grande entusiasmo perché videro in esso una risposta al loro desiderio di giungere alla pienezza dell’amore. È un progetto che continua a essere attuale.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>DA BANCHIERE A MONACO</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/15/da-banchiere-a-monaco/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:04:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Profili]]></category>

		<category><![CDATA[Henry Quinson]]></category>

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		<description><![CDATA[
Un’avventura alla ricerca di Dio: da Wall Street al monastero trappista di Tamié per approdare poi alla periferia di Marsiglia. Una grande testimonianza di fratellanza universale e di solidarietà con i più emarginati.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-6675 aligncenter" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/henryquinson-220x300.jpg" alt="" width="220" height="300" /><br />
Un’avventura alla ricerca di Dio: da Wall Street al monastero trappista di Tamié per approdare poi alla periferia di Marsiglia. Una grande testimonianza di fratellanza universale e di solidarietà con i più emarginati.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>IL CROCIFISSO</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[voce dello spirito]]></category>

		<category><![CDATA[crocifisso]]></category>

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		<description><![CDATA[Recuperare lo scandalo rispetto alla croce è il primo atteggiamento da ritrovare dinanzi al lungo racconto della Passione, che secoli di consuetudine rischiano di aver addomesticato. Il cuore dell’evento drammatico non è tanto la croce, quanto piuttosto il Crocifisso. 

Lo squarcio lucano che rivela il Crocifisso è il doppio incontro con Pilato prima e poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Recuperare lo scandalo rispetto alla croce è il primo atteggiamento da ritrovare dinanzi al lungo racconto della Passione, che secoli di consuetudine rischiano di aver addomesticato. Il cuore dell’evento drammatico non è tanto la croce, quanto piuttosto il Crocifisso. </em><br />
<img class="size-full wp-image-6669 alignright" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/volto-di-gesu-in-croce.jpg" alt="" width="268" height="404" /><br />
Lo squarcio lucano che rivela il Crocifisso è il doppio incontro con Pilato prima e poi con Erode, che sembra voler professare, per bocca di estranei, la sua totale innocenza politica. Pilato incalza:”Sei tu il re dei Giudei”? e ottiene come risposta da Gesù: “Tu lo dici”! (<em>Lc </em>23,3) che sembra in realtà un modo per prendere le distanze, ma anche per rassicurare della potenziale pericolosità del suo messianismo. E così Erode, intrigato da tempo dal profeta, per un verso lo prende in giro rivestendolo di una splendida veste, ma in cuor suo presagisce che in fondo si tratta di un innocente. La cosa più sorprendente è che a contatto con l’uomo che gli sta davanti, sia Pilato che Erode finiscono involontariamente per dichiararne la vera identità. Pilato si lascia sfuggire:”Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte”! (v.15). Ma alla fine prevale la forza della piazza che grida a favore di Barabba (v.18).</p>
<p>La rivelazione estrema del Crocifisso si ha sulla croce, che non è solitaria, ma è caratterizzata dalla presenza di altri due crocifissi. A prima vista tale compresenza sembrerebbe l’ennesimo sacrilegio. In realtà la chiave di volta dell’intera scena è: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (v. 34). Nel perdono che include tutti, nessuno è escluso, in primis i giudei, c’è il volto autentico di chi è veramente il Salvatore. Colui che non si salva da sé, ma rimane inchiodato. Proprio la sua impotenza finisce per svelarne il segreto. Non è un caso che uno dei due malfattori gli dica: “Gesù, ricordati di me”! (v.42). È la dichiarazione ormai non di un disperato ma di un credente.</p>
<p>La morte di Gesù, anzi il suo amore crocifisso, segnerà anche il cambiamento del centurione pagano e della gente comune che se ne andrà attonita percuotendosi il petto (v. 48). Per tutti, quello sguardo crocifisso attira a sé. Come scrive in “Cristiani e pagani” il martire D. Bonhoeffer:” Gli uomini vanno da Dio nella loro tribolazione, chiedono aiuto, invocano felicità e pane, redenzione dalla malattia, dalla colpa e dalla morte. Fan tutti così, cristiani e pagani: non c’è differenza.</p>
<p>Gli uomini vanno da Dio nella Sua tribolazione, lo trovano povero, ingiuriato, senza tetto né pane, lo vedono debole, percosso dai peccati e dalla morte. I cristiani stanno presso Dio nella Sua sofferenza. Dio va da tutti gli uomini nella loro tribolazione, ne sazia l’anima e il corpo col Suo pane, sulla croce per i cristiani e per i pagani trova la morte, a entrambi dona perdono e benevolenza”.</p>
<p>La morte di Gesù insegna agli uomini che l’amore vero è quello che accetta di portare il peso della colpa altrui. La croce è il prezzo della fedeltà all’amore di Dio e alla sua misericordia per tutti. Rifiutato da noi, Gesù muore per noi: si è comportato con noi come il parente prossimo che si prende personalmente a carico la sorte del fratello. La croce non è un brutto incidente di percorso sulla strada di Gesù, prontamente recuperato dalla risurrezione. Non è la sconfitta irreparabile dell’amore: è il suo trionfo, la sua definitiva, indubbia e indiscutibile rivincita.</p>
<p>Per questo la croce, anzi il Crocifisso, è la più grande, lieta notizia. E la notizia è questa: Cristo ha vinto la violenza accettando di farsene vittima; non ha scaricato i peccati sulle spalle degli altri, ma si è caricato dei peccati di tutti sulle proprie spalle, non volendo la condanna del mondo, ma la sua salvezza.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Francesco Lambiasi </em><br />
da <strong>Il Pane della domenica </strong><br />
Editrice AVE, Roma 2008</p>
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		</item>
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		<title>Antiche e nuove comunità</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/15/antiche-e-nuove-comunita/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:02:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - problemi generali]]></category>

		<category><![CDATA[religiosi generazioni a confronto]]></category>

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		<description><![CDATA[Un dialogo costruttivo tra antiche e nuove forme di vita religiosa è possibile. Il confronto tra “punti di forza” e “punti deboli”, come la “diversità-complementarietà” delle antiche e delle nuove comunità, lo sta a dimostrare. Meglio un pregiudizio favorevole che un atteggiamento diffidente.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/rope-bridge.jpg" alt="rope-bridge" title="rope-bridge" width="440" height="330" class="aligncenter size-full wp-image-6665" />Un dialogo costruttivo tra antiche e nuove forme di vita religiosa è possibile. Il confronto tra “punti di forza” e “punti deboli”, come la “diversità-complementarietà” delle antiche e delle nuove comunità, lo sta a dimostrare. Meglio un pregiudizio favorevole che un atteggiamento diffidente.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>EUCARISTIA E SERVIZIO DELL’UOMO</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 22:01:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Informazione bibliografica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni cristiano è chiamato a crescere nella consapevolezza che la carità è ancorata al cuore dell’Eucaristia. Per ricevere nella verità il corpo e il sangue di Cristo offerti per noi, dobbiamo riconoscerlo nei più poveri.
Jacques Turck
Eucaristia e servizio dell’uomo
Edizioni Qiqajon, Magnano (BI), 2010 pp. 138, € 12,50
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni cristiano è chiamato a crescere nella consapevolezza che la carità è ancorata al cuore dell’Eucaristia. Per ricevere nella verità il corpo e il sangue di Cristo offerti per noi, dobbiamo riconoscerlo nei più poveri.</p>
<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/eucaristia-190x300.jpg" alt="" title="" width="190" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-6661" /><em>Jacques Turck</em><br />
<strong>Eucaristia e servizio dell’uomo</strong><br />
Edizioni Qiqajon, Magnano (BI), 2010 pp. 138, € 12,50</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Vita religiosa in Europa: storie di speranza, speranza per la storia</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/14/vita-religiosa-in-europa-storie-di-speranza-speranza-per-la-storia/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 15:35:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - nelle chiese locali]]></category>

		<category><![CDATA[Ucesm]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 8 al 14 febbraio scorso in Polonia ha avuto luogo la 14ma Assemblea generale promossa dall&#8217;Unione delle Conferenze europee dei superiori e delle superiore maggiori (UCESM). Dal sito USMI riprendiamo l&#8217;intervista a Madre Pierina Scarmignan nella versione inglese. Clicca qui per la versione italiana
 
The 14th General Assembly of the Union of European major superiors [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6647" href="http://www.testimoni.org/2010/03/14/vita-religiosa-in-europa-storie-di-speranza-speranza-per-la-storia/ucesm/"><img class="alignright size-full wp-image-6647" title="ucesm" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/ucesm.jpg" alt="ucesm" width="300" height="213" /></a><a href="http://ucesm.net/It/assemblee.html" target="_blank">Dal 8 al 14 febbraio scorso in Polonia ha avuto luogo la 14ma Assemblea generale</a> promossa dall&#8217;Unione delle Conferenze europee dei superiori e delle superiore maggiori (UCESM). Dal sito USMI riprendiamo l&#8217;intervista a Madre Pierina Scarmignan nella versione inglese. <a href="http://www.usminazionale.it/interviste/intervista10_03.htm" target="_blank">Clicca qui per la versione italiana</a></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>The 14<sup>th</sup> General Assembly of the Union of European major superiors (UCESM) was held in Czestochowa, Poland, on February 8-14. Delegates of 37 Conferences of Religious Life, members of UCESM, from 25 European Countries participated in it. They represented 400.000 religious. The theme chosen for the reflections was, &#8220;Religious life in Europe: histories of hope, hope for history&#8221;. One of the participants was Mother Pierina Scarmignan, mother general of the Orsoline, Verona, Daughters of &#8220;Maria Immacolata di Verona&#8221; and Councillor of USMI national. She is an expert in Consecrated Life, with a deep knowledge of the mission ad gentes.</em></p>
<p><em></em><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>How to read this UCESM Assembly promoted in Poland in the actual historical phase of Europe?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;Every time, the members of the executive committee of the Union choose a different country to conduct the Assembly. This year they chose Poland for its 14<sup>th</sup>Assembly. Personally, I do not know the reasons of the choice (this is the first time I participate in it), however I think that this choice was wise. Poland is a great country; it acts geographically as a link between East and West; historically and ecclesially, it lives and fetches from two Christian traditions: the Latin and the Orthodox traditions.</p>
<p align="JUSTIFY">Moreover, Poland is a land rich in religious life. Though there is a reduction of vocations, we see in a vivid and numerous presence of men and women religious.</p>
<p align="JUSTIFY">Poland is also a Country that is living the grace and the travail of the peculiar time after the fall of Berlin&#8217;s wall, like all other Eastern Countries, but with different modalities. Therefore, it can be of help to the religious life in the East as well as in the West.</p>
<p align="JUSTIFY">Having emerged from the grip of communism and having found once again the invoked freedom long waited for, the religious life today must come to terms with the difficult binomial: huge structures, great apostolic works&#8230;and the deep quality of a radical sequela Christi.</p>
<p align="JUSTIFY">The UCESM (Union do European Conferences of Major superiors) is an organism &#8220;at the service of Religious Life in Europe&#8221;. It organises a formation meeting every two years. This becomes an occasion for the sharing of reciprocal knowledge among the representatives of all the European Conferences.</p>
<p align="JUSTIFY">It offers orientations, but it does not have legislative roles. At present, it unites 37 National Conferences from 25 European Countries for a total of 400.000 men and women religious.</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>The theme of hope was the leading thought of work in the 2010 Assembly. How did the participants understand the theme?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;The theme of the Assembly, <em>&#8220;Religious Life in Europe: histories of hope, hope of history&#8221; was amply treated by Father</em> José Cristo Rey García Paredes, cmf. The participants received the theme, reflected on it and re-formulated it in nine groups - laboratory. The testimonies of the participants and the visit to meaningful places of Poland enriched it. The theme of the Assembly &#8220;took face&#8221;, above all, in the direct contact with some realities of evil and death in the Polish territory, where life and hope seem to have been buried for ever by the sin of man.</p>
<p align="JUSTIFY">We understood it as the <em><strong>theological state, </strong></em>where all the wounds and fears of man find integration in the fidelity of God to his Covenant with humanity, in the incarnation of Christ. We understood it also as <em><strong>spirituality</strong></em> of &#8220;Holy Saturday&#8221;, of silence, of listening to the Word and to the Spirit, of waiting, of tears, of the seed fallen on earth, which must die so that a new sprout of life may be born; as spirituality of the Apocalypse, the book of revelation, of compassion and faithfulness of God for man. The time given to us is the <em><strong>context </strong></em>in which we live the spirituality of hope, the Kairos: time of salvation, a gift of God that arouses our personal and group responsibility&#8221;.</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Which experiences of religious life in the sign of hope have impressed you particularly and why?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;In the visit to Auschwitz - Birkenau, while our heart was in anguish at the question, &#8220;Where was God? Where was man and the Christian believer?&#8221;, we experienced the emerging of faith that allowed us to intuit and to believe that God, in His Son, was present also in Auschwitz. He, the Crucified for love, was with and among the crucified on earth; the mystery of Easter assumed and redeemed hatred, evil and sin forever, therefore, the last word is life and not death. In listening to the testimonies of some Eastern Conferences, (Byelorussia, Leetonia, Bulgaria&#8230;) and some Western ones (France, Austria, England&#8230;), we were moved by some hints from the situation of religious life during communism and the actual urgency of re-reading our life and reality with humility and courage. Equally moving were hints on numerous aged and sick brothers and sisters, on the very few vocations, on the union processes of some institutes and the elevated number of disappearing Congregations. Above all, it was very much moving the expression of a renewed trust in God who, in Christ, walks at our side, and this makes our time beautiful. Finally, on our meeting the saints of Poland we touched with our hands that no darkness exists that the light of God cannot defeat. Edith Stein and Maxsimilian Kolbe testify that the love of God and of our brothers is the unique way of life beyond death&#8221;.</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>How can we incarnate Christian hope, today, in the European continent, a prey of secularisation and of economic crisis, which undermines everything?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;To incarnate Christian hope in a time of ambivalence, of vulnerability, of fatigue to integrate the past and to live the freedom that we have been waiting for&#8230;means, first of all, to enter the logic of the <em>&#8220;missio Dei&#8221;. </em>The first responsible person of the mission is God himself. The mission belongs to God and we must intensify our bond with Christ to learn from Him how to entrust ourselves to God, how to live in an invoking listening to the Spirit. We must allow the Spirit to change and to lead us; to educate us in hospitality of mind and heart, in respect and dialogue between the East and the West. We must consider the aspiration of our people seriously and show the beauty of God with the traits of the suffering Servant.</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Which image would you call to mind to narrate the beauty of the consecrated life to a young woman desirous to face this choice?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;We renewed our conclusive creed in the closing Eucharist, celebrated in the Sanctuary of the Madonna of Czestochowa, before the image of Jasna Gora, in a climate of intense prayer. Christian hope is based on the salvation offered to us by Christ; to speak of hope is to speak of salvation and we Christians have nothing more precious than Jesus Christ to offer to Europe&#8221;</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Europe is going through a difficult season as far as vocation is concerned. How can we face it?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;We religious need to learn the alphabet of hope, starting from the cure of our sight: a symbolic sight on reality, capable of keeping together lights and shadows, evil, sin and life. A sight that allows us to life the ambivalence in the conviction that there is no situation of life that the Easter of Christ has not yet reached, in which the love of God is not revealed and man cannot love.</p>
<p align="JUSTIFY">Therefore, today more than in any other epoch, <em><strong>the service </strong></em>of the religious is a mission of hope. In the European context, where the black holes of death inhabit the memory of people and of individual persons, our mission is compassion and participation in the mission of Christ. The religious are called to offer words and gestures of mercy&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Psalm 33</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/14/psalm-33/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 22:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

		<category><![CDATA[salmo 33]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.testimoni.org/?p=6624</guid>
		<description><![CDATA[Gustate e vedete com&#8217;è buono il Signore
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-6645" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/misericordia21-245x300.jpg" alt="" width="245" height="300" />Gustate e vedete com&#8217;è buono il Signore</strong></p>
<p>Benedirò il Signore in ogni tempo,<br />
sulla mia bocca sempre la sua lode.<br />
Io mi glorio nel Signore:<br />
i poveri ascoltino e si rallegrino.</p>
<p>Magnificate con me il Signore,<br />
esaltiamo insieme il suo nome.<br />
Ho cercato il Signore: mi ha risposto<br />
e da ogni mia paura mi ha liberato.</p>
<p>Guardate a lui e sarete raggianti,<br />
i vostri volti non dovranno arrossire.<br />
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,<br />
lo salva da tutte le sue angosce.</p>
<p style="text-align: left;"><em>14 marzo 2010 - IV Domenica di Quaresima</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Tra vocazione spirituale e ruolo sociale</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/12/tra-vocazione-spirituale-e-ruolo-sociale/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

		<category><![CDATA[vocazione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#62;Si sente spesso dire che l&#8217;identità sacerdotale ha cominciato a vacillare in seguito al concilio Vaticano II. Avendo il concilio riscoperto il laico e avendogli attribuito una vocazione e una missione, sarebbe sorta la domanda su cosa fosse la specificità del sacerdozio. Dubito che la confusione fra l&#8217;identità del prete e quella del laico sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&gt;<img class="alignright size-medium wp-image-6611" title="sacerdoti1" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/sacerdoti1-400x261.jpg" alt="sacerdoti1" width="400" height="261" />Si sente spesso dire che l&#8217;identità sacerdotale ha cominciato a vacillare in seguito al concilio Vaticano II. Avendo il concilio riscoperto il laico e avendogli attribuito una vocazione e una missione, sarebbe sorta la domanda su cosa fosse la specificità del sacerdozio. Dubito che la confusione fra l&#8217;identità del prete e quella del laico sia stata davvero il risultato del concilio. Ci sono molti segnali per dire che questa crisi era cominciata prima.</p>
<p align="justify">Un libro sull&#8217;argomento, scritto fra gli altri dal preside del seminario minore dell&#8217;arcidiocesi di Utrecht, monsignor Ramselaar, è stato pubblicato nel 1947 sotto il titolo significativo <em>Onrust in de zielzorg </em>(&#8221;fermento nella cura delle anime&#8221;). Dal volume si evince che lo &#8220;tsunami&#8221; avvenuto nella Chiesa nei Paesi Bassi negli anni Sessanta del secolo scorso, era percettibile già nella seconda meta degli anni Quaranta. Inoltre il libro contiene una severa critica ai sacerdoti.</p>
<p>In primo luogo viene rimproverato ai preti di occuparsi troppo di cose che non appartenevano al proprio compito. Nella rete delle organizzazioni cattoliche i sacerdoti erano le figure centrali, mentre i laici cominciavano a rivendicare una propria autonomia e volevano ricoprire ruoli di guida nelle organizzazioni cattoliche. In secondo luogo, si rimproverava ai preti di non vivere abbastanza la propria identità sacerdotale. Si trovava il loro agire troppo profano. I laici, pur apprezzando il loro impegno, percepivano nei preti la mancanza del contenuto spirituale. La secolarizzazione, che fra i cattolici olandesi era cominciata più tardi che negli altri Paesi dell&#8217;Europa occidentale, si infiltrava lentamente a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Questo sviluppo aveva ripercussioni anche sulla figura del sacerdote. Secondo il citato preside del seminario minore, fra parecchi preti il senso del mistero andava diminuendo nell&#8217;immediato dopoguerra. Lo stesso fenomeno si manifestava in altri Paesi, come risulta da un articolo della scrittrice tedesca Ida Görres pubblicato nel 1946 dalla rivista &#8220;Frankfurter Hefte&#8221;:  &#8220;Sempre ci si scontra con la domanda che tormenta:  perché vi sono così pochi preti che nel loro agire riflettono almeno qualche raggio di una frequentazione quotidiana con Dio, con cui il laico che desidera un cibo spirituale, può intrattenere una conversazione spirituale? Perché sono tanto rare le canoniche in cui c&#8217;è un&#8217;atmosfera spirituale?&#8221;.</p>
<p>Bisogna concludere che il prete irradiasse poco la sua identità intrinseca, quella sacramentale di uomo che rappresenta Cristo in persona. Al contrario, molti preti risultavano essere affezionati alla loro identità estrinseca, cioè alle funzioni di leader nella società profana e delle organizzazioni cattoliche. Una delle cause va ricercata nella crescente difficoltà di dedicarsi alla cura delle anime, attività insidiata dalla secolarizzazione.</p>
<p>Un aspetto interessante è l&#8217;influenza che tutto questo aveva sui seminaristi in quell&#8217;epoca. Molti di questi avranno conosciuto, almeno teoricamente, il senso del sacerdozio, ma va considerato che per molti giovani l&#8217;unica possibilità di studiare era rappresentata dall&#8217;ingresso in seminario. I seminari olandesi avevano moltissimi studenti alla fine degli anni Cinquanta. Tuttavia in seguito alla crescita rapida del benessere economico in molti si rivolsero alle scuole pubbliche e a metà degli anni Sessanta i seminari si svuotavano rapidamente. Nello stesso periodo, assieme ad altre figure considerate autorevoli come notai e medici, anche i preti hanno perso autorevolezza. Tuttavia, mentre il medico e il notaio mantenevano la loro identità, quella del sacerdote attraversava una crisi profonda. Bisogna segnalare però che questa crisi riguardava soprattutto la sua attività sociale e dipendeva dai cambiamenti culturali dell&#8217;epoca.</p>
<p>A partire da queste considerazioni dovremmo pensare che il concilio Vaticano ii ha portato nella vita della Chiesa una discontinuità? Ciò che il concilio sul piano pastorale ha fatto è il necessario aggiornamento della vita e della prassi della Chiesa ai cambiamenti culturali, mantenendo fermo il <em>depositum fidei</em>. Pur fissando l&#8217;attenzione sulla partecipazione dei laici al sacerdozio comune (<em>Lumen gentium </em>n. 34), il Vaticano ii ha mantenuto pienamente la dottrina concernente l&#8217;identità intrinseca del prete, accentuando la differenza specifica del sacerdozio particolare. Il concilio ha affermato esplicitamente che il sacerdozio comune e quello ministeriale o gerarchico differiscono &#8220;essenzialmente e non solo di grado&#8221;.</p>
<p>Il concilio non ha introdotto una discontinuità nell&#8217;identità del prete. C&#8217;è stata comunque una tale discontinuità, fuori del contesto del concilio, in due fasi diverse. La prima è stata una modifica graduale del modo in cui i preti vivevano la loro identità intrinseca, fenomeno che si è manifestato almeno nell&#8217;Europa del nord-ovest negli anni Quaranta del secolo scorso. Nella seconda fase l&#8217;immagine sociale che il prete aveva fino alla fine degli anni Cinquanta, è venuta meno rapidamente nell&#8217;epoca rivoluzionaria degli anni Sessanta. Bisogna dunque concludere che grazie al concilio Vaticano ii è stata salvaguardata la continuità dell&#8217;identità intrinseca del prete. Il concilio, fissando i paletti giusto in tempo, ha evitato che la crisi avesse minato in modo ancora più grave l&#8217;identità del sacerdote. Trovare un equilibrio fra la sua identità spirituale e il proprio ruolo in un dato contesto sociale e culturale rimarrà sempre una sfida per il prete.</p>
<p>Senza la Chiesa, senza la sua Tradizione e senza il suo magistero, guidati dalla Spirito Santo, molti elementi del <em>depositum fidei</em> non sarebbero stati chiariti e perfino sarebbero stati perduti. Da questa prospettiva si deve considerare anche il concilio Vaticano ii. Garantire la continuità dell&#8217;identità del prete è essenziale, sia per il modo in cui i preti vivono il loro sacerdozio, sia per il modo in cui i seminaristi saranno formati, sia per il modo in cui si dà corpo alla pastorale vocazionale. Riguardo a quest&#8217;ultima bisogna evitare tentativi di forzare vocazioni sacerdotali, fissando l&#8217;attenzione sulla identità estrinseca del sacerdote, un errore evitato troppo poco nel passato. Riguardo alla formazione sacerdotale bisogna sapere quali preti vogliamo avere. Non vorrei sottostimare la importanza del ruolo sociale dei preti, i quali pur &#8220;in un certo modo segregati in seno al popolo di Dio&#8221; non rimangono &#8220;separati da questo stesso popolo o da qualsiasi uomo&#8221; con cui vivono e per cui lavorano in una data epoca e cultura (<em>Presbyterorum ordinis </em>n. 3). Tuttavia, intendiamo formare futuri preti in primo luogo in base alla identità spirituale. I sacerdoti sono quotidianamente esposti alla pressione, alle tensioni e alle delusioni connessi alla proclamazione del Vangelo nella nostra società poco aperta alla fede cristiana. Perciò c&#8217;è dopo l&#8217;ordinazione sempre il rischio di far prevalere il ruolo sociale su quello spirituale. Per prevenire un conflitto personale i preti devono curare il più possibile il loro rapporto con Cristo Sacerdote, Maestro e Pastore.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Bibletoon of Prodigal Son</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 12:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[pastorale liturgica]]></category>

		<category><![CDATA[figliol prodigo]]></category>

		<category><![CDATA[quaresima]]></category>

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		<description><![CDATA[This is a pilot cartoon of the Parable of the Prodigal Son based on Luke Luke 15:11-32. The sound quality still needs to be replaced, but the animation is completed. David Altizer, a talented young animator in Nashville did this. We are hoping to do lots of Bible Stories in this style. Note: We will [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>This is a pilot cartoon of the Parable of the Prodigal Son based on Luke Luke 15:11-32. The sound quality still needs to be replaced, but the animation is completed. David Altizer, a talented young animator in Nashville did this. We are hoping to do lots of Bible Stories in this style. Note: We will stick very close to the Bible story in these future animations&#8230;just had a little fun with this pilot.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Osare nuovi cammini che infrangano i muri tra i popoli</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 19:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>

		<category><![CDATA[comboniane]]></category>

		<category><![CDATA[Daniele Comboni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ascoltando il suo perfetto italiano, si coglie subito un aspetto affascinante di suor Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea:  l&#8217;importanza che dà alle parole. Giornalista e poetessa, suor Elisa, che iniziò a comporre da bambina - &#8220;credevo fossero poesie:  in realtà mi piaceva andare a capo ogni tanto!&#8221; - mi riprende subito, con garbo ma decisa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ascoltando il suo perfetto italiano, si coglie subito un aspetto affascinante di suor Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea:  l&#8217;importanza che dà alle parole. Giornalista e poetessa, suor Elisa, che iniziò a comporre da bambina - &#8220;credevo fossero poesie:  in realtà mi piaceva andare a capo ogni tanto!&#8221; - mi riprende subito, con garbo ma decisa, quando parlo dei Paesi poveri del terzo mondo. &#8220;Non Paesi poveri, ma Paesi impoveriti. La ricchezza che c&#8217;è lì non c&#8217;è in nessun altro posto. E non terzo mondo:  Dio di mondo ne ha creato uno. Siamo noi che lo abbiamo diviso e che continuiamo a dividerlo, mentre dovremmo cercare d&#8217;andare sempre più verso l&#8217;unità&#8221;. <em><br />
</em><br />
<em>Padre Comboni ebbe una grande attenzione per la donna. Nel 1867 fondò l&#8217;istituto missionario che sin dall&#8217;inizio volle maschile e femminile:  giacché la presenza della donna consacrata costituiva nel suo progetto &#8220;un elemento indispensabile e sotto ogni aspetto essenziale&#8221;, nacque la congregazione delle Pie Madri della Nigrizia. D&#8217;altro canto, anticipando i programmi di tanti organismi internazionali, padre Comboni comprese che occorreva rivolgersi alle donne locali per ottenere qualche risultato</em>.</p>
<p>L&#8217;intuizione profetica di Comboni di coinvolgere la donna la si coglie fin dalla prima redazione del <em>Piano per la rigenerazione dell&#8217;Africa</em>, in cui è scritto chiaramente che non c&#8217;è missione senza inclusione dell&#8217;elemento femminile. L&#8217;esperienza maturata durante la sua permanenza in Africa gli aveva dimostrato che era impossibile riuscire altrimenti a mettere in piedi la missione. &#8220;Molto prima avremmo dovuto pensare a inserire l&#8217;elemento femminile in questa opera&#8221;, scrive. La sua fu un&#8217;intuizione profetica sul genio femminile, quel genio di cui, poi, avrebbe parlato Papa Wojtyla. Oggi la donna merita da parte nostra un&#8217;attenzione sempre maggiore perché tra i poveri e gli oppressi le donne, e i loro bimbi, sono in grande maggioranza, perché il fenomeno della schiavitù si ripercuote soprattutto sulla donna e perché puntando su di lei si punta sul miglior agente di evangelizzazione della famiglia e della società.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6607" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/057q07a1.jpg" alt="" width="211" height="312" /><em>Essere la costola di un ordine maschile è un elemento di arricchimento o può rischiare di essere limitante?</em></p>
<p>Non siamo la costola di un ordine maschile. Non solo perché abbiamo una nostra autonomia, ma per il principio che sta all&#8217;origine della nostra fondazione, che è poi la chiave profetica:  Comboni ci ha ideate come donne capaci di camminare con i propri piedi. Agli inizi, certo, le due congregazioni avevano bisogno l&#8217;una dell&#8217;altra per potersi sostenere. Ma la presenza del ramo maschile ci completa, non ci limita. Due-tre volte l&#8217;anno, i due consigli generali s&#8217;incontrano per confrontarsi sulle problematiche e i sogni delle nostre missioni. Anche molte direzioni provinciali hanno questa buona prassi. E ci sono superiori e superiore provinciali che visitano insieme le comunità in cui vi sono comboniani e comboniane che lavorano nello stesso territorio. Abbiamo infine un progetto comune:  una radio in Sud Sudan la cui équipe è composta da padri e suore.</p>
<p><em>Un progetto, se non sbaglio, in perfetto spirito comboniano:  il fondatore scriveva che i mezzi da utilizzare per l&#8217;animazione missionaria della Chiesa e della società dovevano essere contatti personali, viaggi, corrispondenza e stampa</em>.</p>
<p>È vero. L&#8217;idea nacque quando Comboni venne canonizzato e i due istituti si chiesero quale segno di gratitudine potessero realizzare insieme. Così è nata la radio del Sud Sudan, che opera ormai da tempo, con l&#8217;obiettivo di tessere la pace per la costruzione del Paese, dopo 30 anni di guerra.</p>
<p><em>Dove operano e cosa fanno oggi le Pie Madri della Nigrizia? </em></p>
<p>Siamo in Africa, America Latina, Europa e Medio Oriente. Se ovunque è centrale a tutti i livelli l&#8217;evangelizzazione, ogni posto ha la sua priorità. Per esempio in Italia è importante l&#8217;animazione missionaria e la promozione vocazionale, sempre però con compresenze specifiche di pastorale. Siamo a Padova, dove abbiamo una casa in cui accogliamo giovani immigrate con difficoltà d&#8217;inserimento, a Palermo nella zona di Ballarò, a Napoli a Torre Annunziata. A Verona, per anni, una nostra sorella ha lavorato nel centro della Caritas, aiutando moltissime giovani strappate alla rete della prostituzione e della schiavitù. In Africa la prima priorità è l&#8217;evangelizzazione, che viene espletata in diversi modi a seconda dei Paesi. Ovunque siamo, le nostre comunità cercano, per quanto possibile, di essere composte da sorelle che svolgano funzioni nel campo della salute, della pastorale e dell&#8217;insegnamento, tentando di coprire i vari settori.</p>
<p><em>La missione qui, in Italia:  siamo abituati a pensare ai missionari che partono per andare lontano, invece anche alle nostre porte v&#8217;è bisogno di loro</em>.</p>
<p>Certo. Del resto se alcuni istituti hanno due rami, il nostro, invece, è esclusivamente missionario:  la regola di vita è una. Ciò significa che ogni sorella, in qualsiasi punto dell&#8217;emisfero si trovi, deve vivere la missione.</p>
<p><em>Oltre che presenti in tutto il mondo, siete anche di provenienza geografica molto varia. Immagino, quindi, che dobbiate affrontare un lavoro non indifferente per amalgamarvi:  se le differenze culturali possono diventare arricchimento, certo non sarà subito facile</em>.</p>
<p>Siamo di 34 nazionalità, presenti in 29 Paesi con 191 comunità sparse nei quattro continenti - esclusa l&#8217;Australia. La nostra presenza ha ovunque un carattere sovranazionale. La relazione è sempre positiva, anche se complessa. Fin dai primi tempi della formazione, puntiamo molto sull&#8217;aspetto internazionale e multiculturale:  le differenze vanno rispettate, ma ciò a cui tendiamo è la crescita nella comune cittadinanza comboniana. È lì che ci incontriamo. Sappiamo bene che le culture hanno sempre qualche cosa in comune:  dobbiamo esercitarci a scoprire ciò che ci unisce, piuttosto che ciò che potrebbe dividerci.</p>
<p><em>La difficoltà d&#8217;incontro immagino che la viviate anche con le comunità locali. Penso a due esempi della vostra storia. Per il passato, la vicenda di Teresa Grigolini, una delle prime comboniane partite per il Sudan nel 1877. Cinque anni dopo le missioni furono distrutte dalla rivoluzione del Mahdi e i missionari ridotti in schiavitù. Teresa accettò di sposare un commerciante greco per evitare che le consorelle, e lei stessa, finissero negli harem musulmani, gesto sofferto e al tempo non capito. Per oggi, invece, penso a Teresa dalle Pezze che, prima di essere uccisa, lavorava in Mozambico alle dipendenze del Governo:  come altre consorelle insegnanti e infermiere, dovette togliere il velo, giacché le autorità non tolleravano alcun segno religioso</em>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6608" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/057q07a2.jpg" alt="" width="207" height="312" />Sono difficoltà che fanno parte della vita. Ed è un aspetto scritto nelle nostre regole:  Comboni diceva che dobbiamo essere carne da macello, pronte anche al martirio. Un martirio cruento, ma anche un martirio continuo, come quello che ha vissuto suor Teresa. Ma siamo convinte che dove andiamo troviamo una ricchezza immensa! C&#8217;è una bella frase di Comboni che per noi è centrale:  &#8220;Fare causa comune&#8221;. Dobbiamo entrare nei popoli con questo atteggiamento. Cerchiamo sempre di leggere la positività che ci sarà nell&#8217;incontro, che è poi il solo modo per impedire lo scontro di culture. Le nostre comunità dovrebbero essere vere fucine di allenamento, mettendoci in grado di incontrare nel profondo altri popoli.</p>
<p><em>Nel capitolo generale del 2004 avete approfondito una serie di aspetti mistici. Alcuni (l&#8217;annuncio, la pazienza e il perdono) sono chiari. Altri meno:  ci spiega innanzitutto la mistica dell&#8217;osare?</em></p>
<p>La prendiamo dallo spirito coraggioso di Comboni, che non s&#8217;è fermato di fronte a nulla. Ci siamo dette:  dinanzi a questa cultura che, mentre parla di globalizzazione, innalza muri e barriere, a questa cultura occidentale che fa riferimento alle sue radici cristiane senza però essere coerente con esse, come dobbiamo rapportarci in quanto missionarie comboniane? Innanzitutto osando. Osando cammini nuovi, osando infrangere i muri che impediscono la comunione dei popoli, osando atteggiamenti profetici. È una mistica che abbiamo preso approfondendo lo spirito di Comboni:  noi, come sue figlie, non possiamo assolutamente tirarci indietro in questo momento. Questa è la nostra ora.</p>
<p><em>C&#8217;è poi la mistica della pietra nascosta</em>.</p>
<p>Il Vangelo ce lo dice:  diminuire perché l&#8217;altro possa crescere. La pietra nascosta è la pietra angolare che non si vede, ma che mantiene in piedi l&#8217;edificio. Nel nostro incontro con i popoli, non possiamo irrompere come bulldozer. Dobbiamo entrare a piedi nudi, con rispetto e capacità di metterci a fianco.</p>
<p><em>Infine, la mistica della compassione, parola che il mondo di oggi tende a fraintendere</em>.</p>
<p>Sono appena tornata dal Congo dove veramente le sorelle vedono e vivono ogni giorno la fatica della gente. Potrebbe esserci la tentazione di farci il callo, tentazione che va assolutamente respinta. Dinnanzi alle sofferenze quotidiane delle persone, dobbiamo costantemente mantenere il nostro cuore capace di patire con, di far causa comune con. Questo ci dà non solo la forza, ma la gioia di rimanere con.</p>
<p><em>A questo proposito, in una lettera del 1871, Daniele Comboni scrive:  chi confida in se stesso, confida nel più grande asino di questo mondo</em>.</p>
<p>Lui, che aveva una forte vena umoristica, usava queste espressioni molto gustose e concrete. Comboni diceva anche che il missionario e la missionaria non possono andar soli in paradiso. Soli andranno all&#8217;inferno. Per lui la collaborazione e il lavorare insieme sono determinanti. Non dimentichi che nel suo progetto erano centrali i laici, che egli considerava un elemento fondante:  tutti insieme, ognuno nella propria realtà, per un unico ideale.</p>
<p><em>I laici hanno ancora questo ruolo cruciale?</em></p>
<p>Ci stiamo provando, anche se forse dovremmo fare molto di più per non tradire il sogno e l&#8217;ideale comboniani. Abbiamo centinaia di amici che lavorano attorno a noi, però non siamo riuscite a far sì che divenga prassi uno spazio specifico dei laici all&#8217;interno del nostro ambito missionario. Dobbiamo sempre fare salti mortali per permettere la presenza di laici con un preciso ruolo collaborativo. Invece, Comboni aveva moltissimi laici accanto:  la nostra prima suora africana, suor Fortunata (sudanese), era stata una di loro. Fortunata fu infatti tra le prime giovanette ridotte in schiavitù che vennero comprate da don Mazza, riscattate e portate a Verona:  l&#8217;idea di don Mazza, che poi Comboni ha fatto sua, era quella di salvare l&#8217;Africa con l&#8217;Africa, istruendo e preparando i laici africani. L&#8217;educazione li avrebbe resi capaci d&#8217;essere protagonisti della loro stessa rinascita. Con altre venti ragazze, Fortunata venne portata a Verona per studiare. Una volta preparate, queste laiche africane partirono con Comboni, che, innanzitutto, le condusse in Egitto:  non a caso. Gli egiziani si sentivano superiori, considerando i sudanesi delle non-persone. Ebbene, permettendo a queste giovani laiche d&#8217;essere maestre degli egiziani, Comboni riuscì a dimostrare che, grazie all&#8217;istruzione, le sudanesi erano in grado di fare esattamente le stesse cose che poteva fare un egiziano! Comboni poi condusse alcune di queste laiche in Sudan, grazie alle quali poté aprire a El Obeid quella che lui chiamava con malcelato orgoglio &#8220;l&#8217;opera femminile del Kordofan&#8221;<em></em>.</p>
<p><em>Una scelta davvero coraggiosa, considerando la mentalità del tempo</em>.</p>
<p>Coraggiosissima e lungimirante. Comboni voleva preparare ragazzi e ragazze capaci di formare famiglie cattoliche. L&#8217;idea era geniale! Così, quando arrivarono le comboniane, trovarono che già molte laiche lavoravano sul posto. Dopo un po&#8217; di tempo, una di loro, Fortunata, chiese d&#8217;entrare nella congregazione.</p>
<p><em>Il fondatore scriveva che &#8220;i</em><em> </em><em>mali gravissimi</em><em>&#8221; dell&#8217;Africa erano la mancanza di fede, la tratta degli schiavi, la povertà, le malattie e l&#8217;ignoranza. Sono ancora questi?</em></p>
<p>Sono questi. Sono rimasti tali e quali. Fintanto che il tasso d&#8217;analfabetismo resta all&#8217;80 per cento, significa che ci sono Governi che mantengono deliberatamente nell&#8217;ignoranza i loro popoli onde poterli facilmente depauperare e distruggere. Non a caso, i militari più armati sono in Africa. Per la salute e l&#8217;educazione, i nostri Governi non spendono niente (al contrario delle armi):  è il modo di mantenere il popolo nell&#8217;incapacità di potersi difendere. Sono gli stessi mali di allora che impediscono oggi all&#8217;Africa d&#8217;alzarsi e di camminare.</p>
<p><em>Diceva che è appena tornata dal Congo, che forse oggi è uno dei Paesi più a rischio</em>.</p>
<p>Sì, specie al Nord, perché ci sono interessi politici ed economici enormi. Perdo il sonno ogni volta che torno da questi Paesi che so essere straricchi, mentre la popolazione vive nella miseria nera. Dico sempre alle sorelle:  l&#8217;importante è stare con la gente, senza però tenere la scala al ladro, avendo, cioè, il coraggio di denunciare gli abusi di cui le persone sono vittime. Però sappiamo che certe problematiche ci superano. Oggi, ad esempio, è pieno di cinesi:  prima l&#8217;occidente, poi l&#8217;islam, adesso i cinesi. Quest&#8217;Africa quando riuscirà a venirne fuori? Quando riuscirà a fare quello che le ha quasi ordinato il sinodo:  alzati e cammina? Se continuiamo a metterle sulle spalle tutti questi gravami, sarà molto dura per lei. Ma la speranza c&#8217;è!</p>
<p><em>Nell&#8217;enciclica </em>Caritas in veritate<em> il Papa scrive che &#8220;lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione&#8221;. Secondo lei, si stanno facendo reali passi in questa direzione?</em></p>
<p>Credo che dappertutto ci sia la volontà di camminare insieme. La società civile c&#8217;è, la buona volontà c&#8217;è, la voglia di mettersi insieme e di crescere come famiglia anche. Poi ci sono forze maligne e diaboliche che impediscono l&#8217;avanzata di questo popolo che si dirige verso il regno dei cieli. Quella del Papa non è una frase a effetto:  al fondo si percepisce che c&#8217;è questa comunità che vuole camminare insieme.</p>
<p><em>In Occidente si avverte uno scollamento tra ciò che la grande informazione vuole farci credere e ciò che invece si percepisce tra la gente</em>.</p>
<p>È verissimo. La televisione ha il suo lato positivo. Io sono giornalista:  guai se non ci fossero i mezzi di comunicazione! Ma un certo tipo d&#8217;informazione davvero tenta di creare la cultura del male e della diffidenza. Se la sera in trenta milioni ascoltano la televisione dire che il marocchino, l&#8217;albanese o il rom hanno derubato la vecchietta, l&#8217;indomani al primo straniero che s&#8217;incontra, ci si stringerà la borsa. Perché ormai il sospetto e la paura sono passati attraverso questi messaggi.</p>
<p><em>C&#8217;è una frase terribile che, ne </em>Il libro dell&#8217;inquietudine<em>, Pessoa fa scrivere a Bernardo Soares:  &#8220;Gli altri non sono per noi altro che paesaggio</em>&#8220;.</p>
<p>È veramente triste. L&#8217;altro, invece, è relazione, è persona. A volte anche tra noi suore, ci passiamo accanto senza sorriderci:  eppure siamo tutte appassionate di Cristo! Basterebbe dirsi anche solo buon giorno! In fondo siamo le testimoni del Risorto. Tante volte invece sembra che siamo ancora lì a piangere il Cristo morto. Ricordo le prime volte a Verona, salutavo le persone la mattina:  la gente era spaventata! Un giorno una signora mi chiede:  suora, ma lei mi conosce? No, le dico, ma è così bello salutarsi al mattino. Sennò davvero diventiamo paesaggio. Un paesaggio che a volte ci disturba, a volte ci è indifferente.</p>
<p><em>Oggi esiste un&#8217;enorme incapacità non solo di accettare la Croce, ma direi, prima ancora, di comprenderla</em>.</p>
<p>Perché la Croce è una cosa difficile. Comboni diceva:  &#8220;Signore, dammi le croci&#8221;. Ma Comboni era Comboni! Io non sono arrivata a quell&#8217;altezza. Io dico:  Signore quella che ho, se puoi, spostamela un pochino più in là. Ma la mistica della pietra nascosta significa anche accettare la sofferenza, e saperla vivere con una certa serenità. I mezzi di comunicazione ci fanno sognare famiglie bellissime che ridono e scherzano:  ma dove sono? La realtà d&#8217;ogni giorno è difficile. A volte la Croce è assumersi semplicemente la realtà.</p>
<p><em>Credo che l&#8217;idea diffusa che i popoli impoveriti siano più capaci di comprendere la Croce sia uno stereotipo che fa comodo a noi occidentali</em>.</p>
<p>Sì, è uno stereotipo. Non è che accettano la Croce:  non possono farne a meno. Non hanno alternativa. Credere diversamente, significa sminuire il valore della loro sofferenza.</p>
<p><em>Cos&#8217;è oggi la vocazione missionaria?</em></p>
<p>Credo sia ancora quella di sempre:  annunciare la certezza che il regno dei cieli, il regno di giustizia e di pace, è possibile. Lo dicevamo ieri, e lo diciamo a maggior ragione oggi dove c&#8217;è bisogno d&#8217;una nuova evangelizzazione anche in Europa. È inutile che ci vantiamo delle radici:  abbiamo bisogno di avere frutti! È comodo fare affidamento su di esse, delegare:  ma il cristianesimo non vive di rendita. È una scelta personale. Si sceglie d&#8217;essere cristiano o di non esserlo. È da come ti comporti, che io so se tu sei veramente cristiano. Altrimenti rimane solo un simbolo che abbiamo svuotato d&#8217;ogni significato. La vocazione missionaria è ancora quella d&#8217;annunciare a gran voce che il regno dei cieli è qui, che si può costruire oggi, e non chissà quando. Lavorare perché vi sia la giustizia, la comunione tra i popoli, perché si abbattano le barriere che, invece, andiamo continuamente costruendo. Per questo credo sia ancora una vocazione molto attuale e concreta. Del resto, guardi, la mia vocazione personale nasce dall&#8217;esempio. Provengo da una famiglia cattolica eritrea e ho studiato dalle comboniane ad Asmara fino a 14 anni. Poi, dopo essermi allontanata, ventenne ho ribussato alla loro porta. Da piccola leggevo con foga la rivista &#8220;Raggio&#8221; - oggi <em>&#8220;</em>Combonifem&#8221; -:  ricordo che m&#8217;ero innamorata soprattutto del Brasile! Fu questa volontà di andare dall&#8217;Eritrea in Brasile a spingermi verso la congregazione. Ho fatto il postulantato e il noviziato ad Asmara, rimanendovi altri due anni dopo la professione. Poi sono venuta in Italia e dopo un corso di catechesi all&#8217;Urbaniana, mi hanno chiesto:  davvero vuoi andare in Brasile? Risposi che ormai avevo compreso che uno deve essere disponibile ad andare dove lo mandano, e così passai sette anni in America latina:  Ecuador, Perú e Costa Rica, ma niente Brasile! Tornata in Italia, dopo un corso di giornalismo a Vicenza, sono entrata a lavorare nella nostra rivista. Nel 2004, al capitolo sono stata eletta nel Consiglio&#8221;.</p>
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		<title>Emendemus in melius</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 10:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<title>Nigeria, il massacro infinito tra cristiani e musulmani</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/08/nigeria-il-massacro-infinito-tra-cristiani-e-musulmani/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 18:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[nigeria]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel nome di Dio si annientano interi villaggi. Ieri l&#8217;ultima strage: 500 morti. Due boss politici locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia.&#160;

KURU KARAMA (NIGERIA CENTRALE) - Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nel nome di Dio si annientano interi villaggi. Ieri l&#8217;ultima strage: 500 morti. Due boss politici locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia.&nbsp;</em><br />
<img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/nigeria.jpg" alt="" title="" width="516" height="341" class="aligncenter size-full wp-image-6601" /><br />
KURU KARAMA (NIGERIA CENTRALE) - Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo dal Dio dell&#8217;Antico Testamento: &#8220;Uccidi uomini e donne, bambini e neonati&#8221;. Ma hanno macellato i musulmani del villaggio proprio in quel modo.</p>
<p>E quando adesso ascolti i ragazzini raccontarti come i cristiani adempivano con i machete al comandamento del Signore degli Eserciti - &#8220;Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi trafitti dalla spada&#8221; - , quando ti rendi conto che tra le rovine bruciate l&#8217;unico edificio intatto è il tempio dei pentecostali, devi domandarti se chi ha ordinato questa strage non legga la Bibbia esattamente come, nel campo avverso, alcuni islamisti leggono il Corano. E cioè come una teologia del terrorismo particolarmente utile per annientare gruppi umani rivali, depredare, sottomettere, e poi spacciare quei crimini per eroici atti di fede.</p>
<p>Lo scontro antico che dall&#8217;Africa alle Molucche sta ritrovando nelle religioni pretesti, ispirazioni e complici, in Nigeria centrale obbedisce ad una simmetria radicale: musulmani e cristiani fanno fuori interi villaggi. Grosse bande attaccano di sorpresa insediamenti isolati e non risparmiano nessuno, neppure i bambini. L&#8217;altra notte una masnada di musulmani ha massacrato i cristiani di Doko Nahawee, ammazzandone forse cinquecento. Cinque settimane prima, il 26 gennaio, era stata cancellata dalle mappe Kuru Karama. Dei tremila abitanti, i cristiani ne hanno sterminati almeno centocinquanta, quelli troppo vecchi o troppo giovani per scappare, e quelli decisi a difendere le loro cose. Tra le casette di terra rappresa, nessuna delle quali conserva la lamiera che fungeva da tetto, incontro quattro soldati depressi e tre scolari sedicenni venuti a cercare i quaderni che tenevano vicino al letto. </p>
<p>I soldati hanno tappato con la terra due pozzi in cui gli attaccanti avevano gettato gli uccisi: troppi cadaveri, spiegano, e non sapevano come tirarli fuori. I ragazzini appartenevano ad una classe che è stata decimata dai machete quando ha cercato di scappare attraverso il cerchio degli assedianti. Mentre ne raccontano non trovano le parole, e hanno gli occhi sgranati, non so se per paura, orrore o incredulità.</p>
<p>Nessuno di loro, dicono, si attendeva l&#8217;attacco. Non è difficile crederlo. Kuru Karama è uno dei tanti insediamenti dell&#8217;etnia Hausa nello Stato del Plateau, villaggi dove trovi una piccola moschea accanto ad un minuscolo tempio cristiano, e botteghe che espongono appaiati poster di Cristo dal cuore palpitante e ragazze in estasi coranica. Intorno, una terra che non può suscitare appetiti - campi riarsi, una boscaglia rada sparpagliata sopra una landa polverosa. Ma Kuru Karama ha una particolarità: è interamente circondata dai villaggi dell&#8217;etnia cristiana, i Birom, che nel Plateau esprime il potere. Questo gli è stato fatale. </p>
<p>Se invece risaliamo la concatenazione delle causalità, il destino si presenta nella forma insospettabile di una legge in teoria molto democratica. Per salvare dall&#8217;assimilazione le più piccole tra le 250 etnie nigeriane, ciascuno dei 36 governi che formano la federazione attribuisce lo status di &#8220;popolazione indigena&#8221; alle tribù considerate autoctone, e con lo status accessi privilegiati all&#8217;istruzione e all&#8217;amministrazione pubblica, cioè all&#8217;unica possibilità di trovare un impiego decente. Gli Hausa sono nel Plateau dalla metà dell&#8217;Ottocento, ma il governo locale, egemonizzato dai Birom, non li considera &#8220;indigeni&#8221;. Dal 2001 questa discriminazione è la causa delle loro rivolte furiose, e della reazione altrettanto brutale dei Birom.</p>
<p>Ogni volta più violento, lo scontro comincia a sovrapporsi ad una linea di faglia che attraversa la Nigeria dalla sua origine coloniale. Il Paese fu inventato dai britannici nel 1914 assemblando incongruamente il nord musulmano e il sud cristiano. Dopo la fine della dittatura militare (1999) dodici Stati del nord, invogliati da donazione saudite, hanno deciso di applicare la sharia ai loro cittadini, sia pure su basa volontaria. Ma uno dei dodici ci ha ripensato e gli altri non applicano la legge coranica nella parte sostanziosa. Però i gruppi dominanti (musulmani) si sentono autorizzati a rinforzare i pretesti con i quali si spartiscono gli impieghi statali. Nelle università, docenti cristiani si vedono negare cattedre, nelle scuole diminuiscono gli insegnanti non islamici. A loro volta alcune oligarchie cristiane della Nigeria centrale hanno cominciato a praticare la discriminante religiosa per tenere a bada etnie &#8220;non indigene&#8221; a maggioranza musulmana, come gli Hausa, che rivendicano i propri diritti. E poiché questa divaricazione ora attraversa anche gli apparati di sicurezza, sta diventando pericolosa per un Paese che fatica a trovare una comune ragione sociale, se non nei colossali proventi del petrolio.</p>
<p>Questi conflitti non potrebbero ricorrere alla maschera della religione se i cleri si opponessero. In questa regione, un frangiflutti di etnie e credi, hanno formato un comitato inter-religioso che si riunisce nella città di Jos per prevenire tensioni. I partecipanti si conoscono dal tempo delle elementari ma, mi confida uno di loro, dubitano tutti nello stesso modo della sincerità di quel che viene detto. E con ragione: infatti gli uni e gli altri mantengono un omertoso riserbo sulle malefatte delle bande giovanili cristiane e musulmane. Queste gang sono ispirate da due politici rivali, eminenze dello stesso partito: il governatore cristiano, un ex generale dell&#8217;aviazione di etnia Birom; e un ex ministro musulmano, di etnia Hausa.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo avrebbe organizzato le violente dimostrazioni di gennaio, inizio dei tumulti. Motivo o pretesto: i cristiani avrebbero impedito la ricostruzione di una casa di musulmani, distrutta a Jos negli scontri di due anni fa. I musulmani hanno reagito con roghi di case cristiane e attacchi alle chiese, il 24 gennaio, una domenica. In ogni caso, a sera la rivolta era finita, stroncata dall&#8217;esercito nel solito modo: sparando ad altezza d&#8217;uomo sui dimostranti. Però i cristiani avevano subito vittime, anche se in numero minore dei musulmani, e l&#8217;oligarchia dei Birom voleva dare una lezione agli Hausa. Nelle ore successive la tv di Stato, diretta da un pastore pentecostale, ha mandato in onda a ciclo continuo notiziari eccitati, culminati il 26 in un editoriale che secondo i musulmani suonava come un appello al massacro. &#8220;Era tutto pianificato, possiamo provarlo&#8221;, mi dice Sani Mudi, il portavoce della comunità musulmana nel Plateau, mostrandomi la pila di carte alta due palmi che questa settimana consegnerà alla Corte penale internazionale, a L&#8217;Aja.</p>
<p>Di sicuro gli stermini del Plateau non sono spontanei. Non lo è stato il massacro di Kuru Karama, anche se tra gli esecutori c&#8217;erano giovani Birom dei villaggi limitrofi. &#8220;Ne ho riconosciuti diversi&#8221;, racconta Samir Abubakar, un commerciante di frutta che trovo tra le rovine. Quando è cominciata la caccia al musulmano, tra le case e nella campagna, è scappato nel panico, abbandonando i suoi familiari. Ha ritrovato la moglie in ospedale (la foto che ha nel telefonino la mostra con le braccia ingessate, per le tre fratture prodotte da altrettanti colpi di machete). Invece non ha più notizie della madre, probabilmente bruciata dentro la moschea, viva o già morta, e poi gettata in fondo ad un pozzo.</p>
<p>Quando i Birom che avevano circondato il villaggio hanno cominciato ad avanzare, uno dei tre pastori cristiani presenti quel giorno nel villaggio ha cercato di fermarli. Ma è stato picchiato e legato ad un albero, mi confermano gli studenti. Gli altri due se la sono filata. Si può assolvere la loro fuga, non il silenzio dei religiosi musulmani e cristiani. Con l&#8217;unica eccezione di monsignor John Onayekam, l&#8217;arcivescovo cattolico, pastori evangelici e mullah tacciono oppure si nascondono dietro dichiarazioni vaghe. Fingono di non sapere. Kuru Karama è a mezz&#8217;ora di macchina ma il massacro non suscita curiosità nel reverendo Caleb Ahima, segretario generale della Chiese pentecostali. Quando gliene domando risponde così: &#8220;Le crisi mettono in luce i limiti della condizione umana&#8221;. Ben detto, ma chi è stato? &#8220;Non sappiamo, c&#8217;è in giro molta maligna propaganda&#8221;. Ma chi è stato? &#8220;Io non sostengo le uccisioni illegittime&#8221;. Il massimo che gli si può cavare è un &#8220;non escludo che alcuni cristiani&#8230;&#8221;.</p>
<p>Poi il reverendo Ahima mi rivela che all&#8217;origine di tutto c&#8217;è l&#8217;ossessione piantata nella testa dei musulmani: concludere la guerra santa che i loro avi fallirono oltre un secolo fa e &#8220;bagnare il Corano nell&#8217;oceano&#8221;, cioè impossessari dell&#8217;intera Nigeria. E ora tutto è più chiaro. Ai suoi occhi gli Hausa di Kuru Karama erano un avamposto dell&#8217;avanzata islamica verso la costa. Comprensibile che il loro sterminio non lo colpisca più di quanto l&#8217;ammazzamento di cristiani (non) impressioni tanti mullah, a loro volta convinti che i cristiani cospirino contro l&#8217;islam.</p>
<p>Quando il gregge si trasforma in branco di lupi, spesso i pastori lo assecondano. Gli trovano giustificazioni. E si tappano le orecchie per non udire le grida degli scannati. C&#8217;è anche un clero che si oppone e reagisce, non di rado in solitudine. Ma la tendenza generale oggi non sembra quella. Lì dove musulmani e cristiani coabitano da secoli, lo spirito del tempo sembra semmai soffiare nelle vele della religiosità più aspra, più sanguigna, più militante. Come altrove in Asia e in Africa, anche in Nigeria ne profitta tanto l&#8217;estremismo islamico quanto il cristianesimo dei pentecostali, un credo che ha conosciuto un boom spettacolare nell&#8217;ultimo secolo, al punto che oggi rappresenterebbe, per numero di fedeli, la seconda fede cristiana dopo il cattolicesimo. Qui noti anche come formidabili guaritori di indemoniati, i pastori pentecostali hanno una predisposizione per la prima linea, non a caso la loro casa madre è nella tumultuosa città di Jos, e una venerazione per la Parola sacra, nella quale non è difficile imbattersi nel Dio degli Eserciti, quello che non fa sconti. L&#8217;estremismo islamico lo frequenta da tempo, e infatti neppure in Nigeria distingue tra adulti e bambini quando massacra.</p>
<p>Musulmani o cristiani, gli assassini e i mandanti delle stragi occorse a Jos nel 2001, 2004, 2008 e nel gennaio 2010, sono tutti liberi. La polizia non li cerca. I suoi posti di blocco all&#8217;ingresso di Jos, una dozzina, la settimana scorsa sembravano soprattutto un&#8217;occasione offerta agli ufficiali per depredare automobilisti. Non era difficile immaginare che gli sterminatori sarebbero presto tornati a sacrificare villaggi al loro dio.</p>
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		<title>Madre sposa di Dio noi ti magnifichiamo</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 15:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

		<category><![CDATA[Maria]]></category>

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		<description><![CDATA[In quaresima la tradizione bizantina celebra la Divina liturgia soltanto la domenica e il sabato. Nelle diverse ufficiature delle ore troviamo dei tropari chiamati theotòkia, dedicati appunto alla Madre di Dio (theotòkos), dove si esprime il suo dolore ai piedi della croce, insieme al dolore ma soprattutto alla fede di tutta la Chiesa.
I testi presentano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/055q01b1.jpg" alt="" title="" width="224" height="312" class="alignright size-full wp-image-6596" />In quaresima la tradizione bizantina celebra la Divina liturgia soltanto la domenica e il sabato. Nelle diverse ufficiature delle ore troviamo dei tropari chiamati <em>theotòkia</em>, dedicati appunto alla Madre di Dio (<em>theotòkos</em>), dove si esprime il suo dolore ai piedi della croce, insieme al dolore ma soprattutto alla fede di tutta la Chiesa.</p>
<p>I testi presentano la meraviglia di Maria di fronte alla crocifissione del Figlio. È il dolore della madre che si unisce a quello di tutta la creazione:  &#8220;Tutto il creato trasmutava e si contraeva scuotendosi. E la pura Vergine, tua Madre, dolente a te gridava:  Ahimè, Figlio mio, dolcissimo mio Salvatore, che cos&#8217;è mai questo spettacolo nuovo, straordinario e strano?&#8221;. In alcuni tropari assistiamo addirittura a un dialogo tra Maria e Cristo:  &#8220;Figlio amatissimo, che spettacolo inaudito vedo mai? Ed egli a lei:  Madre immacolata, ciò si rivelerà vita per tutto il mondo&#8221;.</p>
<p>Il dolore e lo sgomento della Madre mettono in luce il contrasto tra Cristo datore di vita e coloro che danno la morte:  &#8220;Come dunque il popolo inchioda alla croce te, il solo datore di vita, la mia dolcissima luce?&#8221;. Uno dei <em>theotòkia</em> della terza domenica di Quaresima, dedicata alla santa Croce, riassume la fede cristiana: &#8220;Oggi colui che per essenza è inaccessibile, diventa per me accessibile, e soffre la passione per liberare me dalle passioni; colui che dà la luce ai ciechi, riceve sputi da labbra inique e, per i prigionieri, offre le spalle ai flagelli. Vedendolo sulla croce, la pura Vergine e Madre dolorosamente diceva:  Figlio mio, tu, splendido di bellezza più di tutti i mortali, appari senza respiro, sfigurato, senza più forma né bellezza! Mia luce! Non posso vederti addormentato, sono ferite le mie viscere e una dura spada mi trapassa il cuore&#8221;.</p>
<p>Le domande di Maria ai piedi della croce diventano la professione di fede della Chiesa:  &#8220;Perché non reggo al vederti pendere dal legno, tu, Creatore e Dio di fronte al quale trema l&#8217;universo?&#8221;. &#8220;O Figlio mio, coeterno al Padre e allo Spirito, che è mai questa tua ineffabile economia, per la quale hai salvato la creatura plasmata dalle tue mani immacolate?&#8221;. </p>
<p>La fede cristiana, formulata nei primi grandi concili ecumenici, è riassunta in questi tropari:  &#8220;Colei che alla fine dei tempi ti ha partorito, o Cristo, vedendo pendere dalla croce te, generato dal Padre che non ha principio, gridava:  Gesù amatissimo! Com&#8217;è possibile che tu, glorificato come Dio dagli angeli, sia ora volontariamente crocifisso, o Figlio, da iniqui mortali? Come ti vide innalzato sulla croce, la tua Madre immacolata, o Verbo di Dio, maternamente gemendo diceva:  Che è dunque, Figlio mio, questo spettacolo nuovo e strano? Come dunque sei nella morte tu, vita dell&#8217;universo?&#8221;.</p>
<p>Maria e la Chiesa ai piedi della croce piangono colui che volontariamente è salito su di essa, colui che veramente è Dio e uomo, il Verbo incarnato:  &#8220;O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso. Di fronte alla passione del Figlio, la pura, gemendo dolorosamente, innalzava con grida questo lamento:  Come hanno potuto consegnarti al giudizio di Pilato te che incessantemente gli angeli glorificano con inni? Inneggio, o Verbo, alla tua grande e inesprimibile compassione!&#8221;. I <em>theotòkia</em> insistono sulla morte volontaria di Cristo sulla croce:  &#8220;La Vergine Madre tua, o Cristo, vedendoti morto, disteso sul legno, nel pianto gridava:  Che è, Figlio mio, questo terribile mistero? Come tu che doni la vita eterna a tutti, muori volontariamente in croce?&#8221;.</p>
<p>Un altro aspetto rilevante di questi testi liturgici è il parallelo stabilito tra Cristo e Maria, l&#8217;&#8221;agnello&#8221; e l&#8217;&#8221;agnella&#8221;, un tema che la liturgia bizantina riprende nei testi della Settimana Santa:  &#8220;Vedendo te, o Verbo, crocifisso con i ladroni, quale agnello paziente, trafitto al fianco dalla lancia, l&#8217;agnella come madre esclamava:  Come può una tomba ricoprire il Dio incircoscrivibile? Vedendo te, pastore immacolato, appeso al legno, l&#8217;agnella gemendo come madre gridava:  A morte ti hanno consegnato, in cambio della nube distesa per il passaggio del tuo popolo. Colei che non ha sposo resta senza il Figlio&#8221;.</p>
<p>Può sorprendere in alcuni tropari l&#8217;insistenza sul parto indolore di Maria, ma sono testi che si soffermano sul contrasto tra la gioia del parto di Maria e il suo dolore per la crocifissione, e in qualche modo mettono in parallelo due icone, quella della nascita di Cristo e quella di Maria ai piedi della croce di Cristo:  &#8220;Che è questo fatto prodigioso e inusitato? Così la Vergine gridava al Signore come madre:  le doglie che non ho conosciuto nel partorirti, o Figlio, raggiungono penetranti il mio cuore&#8221;.</p>
<p>Maria infine, come la Chiesa, intercede ai piedi della croce:  &#8220;O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso:  non cessare di supplicarlo, o benedetta,  perché  in  questo  tempo di  digiuno  ci  doni  il  perdono  delle colpe&#8221;.</p>
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		<title>Terremoto in Cile</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 10:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Cile terremoto]]></category>

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		<title>Pubblicate le conclusioni del X Congresso degli Istituti Secolari in America Latina</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 15:24:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - istituti secolari]]></category>

		<category><![CDATA[Istituti Secolari in America Latina]]></category>

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		<description><![CDATA[Lima (Agenzia Fides) – Circa 200 partecipanti provenienti da 16 paesi latino-americani e 4 europei, appartenenti a 80 istituti, si sono radunati a Lima, capitale del Perù, dal 3 al 7 febbraio 2010 per il X Congresso Latinoamericano e dei Caraibi degli Istituti Secolari. Il Congresso precedente si era tenuto a Santo Domingo nel mese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lima (Agenzia Fides) – Circa 200 partecipanti provenienti da 16 paesi latino-americani e 4 europei, appartenenti a 80 istituti, si sono radunati a Lima, capitale del Perù, dal 3 al 7 febbraio 2010 per il X Congresso Latinoamericano e dei Caraibi degli Istituti Secolari. Il Congresso precedente si era tenuto a Santo Domingo nel mese di agosto 2006 e il prossimo sarà nel luglio 2014 a Porto Rico. Il tema di riflessione, in sintonia con Aparecida, è stato &#8220;La sfida missionaria degli Istituti Secolari in America Latina e nei Caraibi&#8221; (vedi Fides 09/02/2010).</p>
<p>All’Agenzia Fides sono state inviate le Conclusioni di questo Congresso: 12 punti che esprimono gioia per la vita secolare consacrata e ringraziamento della comunione di questo 80 istituti rappresentati nel Congresso. In risposta al tema scelto, i partecipanti rilevano l’urgente bisogno di pianificare la vita consacrata con una spiritualità cristiana responsabile dinanzi alla società. Ci sono diversi elementi per riuscire in questo obiettivo: l’età giovane dei consacrati, la fedeltà creativa al proprio carisma, la mentalità aperta degli istituti verso i giovani latinoamericani e l’esempio dei santi, soprattutto quelli “latinoamericani” come Santa Rosa de Lima e Toribio de Mogrovejo.</p>
<p>Con questi elementi, secondo le Conclusioni, bisogna creare opportunità per far crescere le vocazioni, rafforzare i collegamenti di partecipazione e di comunicazione fra i paesi (in questo il ruolo della CISAL, la Confederazione degli istituti secolari in America Latina, è decisivo), infine creare una rete potente per proiettarsi al servizio della Chiesa e del mondo. L’ultima richiesta delle Conclusioni è costituita da una preghiera alla Madonna di Guadalupe per avere il suo accompagnamento e la sua guida in questo compito missionario. (CE) (Agenzia Fides, 02/03/2010)<br />
<div id="attachment_6585" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><img class="size-full wp-image-6585" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/congis-773393.jpg" alt="congresocisal.blogspot.com" width="640" height="349" /><p class="wp-caption-text">congresocisal.blogspot.com</p></div></p>
<h3 style="text-align: center;">X CONGRESO DE LOS INSTITUTOS SECULARES DE AMÉRICA LATINA Y EL CARIBE</h3>
<p align="center"><em>(LIMA, 3-7 FEBRERO DEL 2010)</em></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>CONCLUSIONES</strong></p>
<ol type="1">
<li>Proclamamos el gozo de nuestra pertenencia a la      vida consagrada secular y nos esforzamos mediante una      formación integral y cualificada, necesaria para vivir con plenitud      nuestra vocación en cultivarla y potenciarla.</li>
<li>Agradecemos al Señor nuestra participación en      este X Congreso que tantos dones nos ha concedido, sobre todo el de la      comunión de 200 participantes (en representación de los 5000 miembros en      la Región), 80 institutos y 20 países.</li>
<li>Acordes con el lema &#8220;El desafío misionero de los II      Seculares&#8221; respondemos con nuestra propuesta de crear y formar nuevos      hombres y mujeres que construyen en el continente una nueva sociedad justa      y solidaria, según el corazón de Dios.</li>
<li>Nos urge la necesidad de planificar el integrar la      vida profesional con una espiritualidad cristiana que estimula actitudes      de responsabilidad entre los hombres para la sociedad y para una vivir una      fe profunda para poder ser &#8220;sal&#8221; y &#8220;levadura&#8221; de la Iglesia en medio de      las realidades urbanas, rurales y en los ámbitos más necesitados de la      cultura, técnica, política, en los que ejercerán su liderazgo.</li>
<li>Somos conscientes de ser una realidad joven (algo      más de 50 años) en la Iglesia bimilenaria, pero suscitada por el Espíritu      como signo de nuestro tiempo y con una identidad bien definida      (consagración, secularidad, apostolado).</li>
<li>De la fidelidad creativa al carisma de los      fundadores cumplirán la finalidad de su constitución para ser laboratorio      de diálogo con el mundo y contribuir así en forma permanente para la      transformación del mundo desde el mundo, de acuerdo con el Espíritu del      Evangelio&#8221;.</li>
<li>Los IISS abren para la juventud de América Latina      nuevos horizontes de construir el Reino de Dios en medio de la nueva      realidad globalizada que exige la cooperación de los diferentes Institutos      en forma más dinámica para el crecimiento de los mismos</li>
<li>El ejemplo de los santos, particularmente el de      Santa Rosa y Santo Toribio, nos estimula a ser discípulos y misioneros      como hemos visto en algunos de nuestros miembros que ya han llegado a la      gloria y que tomaron muy en serio el mensaje del Papa con motivo de los 60      años de los IISS: Sed semilla de santidad arrojada a manos llenas en los      surcos de la historia.</li>
<li>Frente a la pobre realidad de los valores se insta a      obrar y crear oportunidades para fomentar y alentar sus vocaciones.      Necesidad de fortalecer la promoción de vocaciones a la vida consagrada      secular, afectada por la crisis de identidad de los jóvenes, y que se      refleja en el decrecimiento de no pocos Institutos a la vez que se      reconoce el crecimiento de otros</li>
<li> Clausurar no es enterrar sino resucitar a una      nueva vida: estrechar lazos, mayor participación, mejorar la comunicación,      y que se concreta en ayudar a formar nuevas federaciones en países que      todavía no existen y fortalecer las recientes. La CISAL mantendrá una      comunicación permanente de comunión y diakonía.</li>
<li>Todos los consagrados      seculares y con mayor responsabilidad los que hemos participado,      sin excepción, estamos llamados a la unidad      con nuestras Juntas, Conferencia y Federaciones a ser instrumentos de fortalecimiento, motivación en lazos      de comunicación, fraternidad y de ayuda entre los diferentes Institutos      Seculares de América Latina y el Caribe.      Debemos crear así una poderosa red entre todos para proyectarnos con mayor      fuerza al servicio de la Iglesia y del mundo.</li>
<li>Santa María, en la advocación de Nuestra Señora de      la Evangelización que ha presidido nuestro congreso y la Virgen de      Guadalupe, patrona de América, acompaña y guía a esta nueva generación de      laicos en su ruta misionera del tercer milenio, en constante compromiso      con nuestras realidades seculares.</li>
</ol>
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