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	<title>Testimoni</title>
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	<description>magazine di Informazione, Spiritualità, Vita consacrata</description>
	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 19:46:36 +0000</pubDate>
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		<title>Osare nuovi cammini che infrangano i muri tra i popoli</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 19:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>

		<category><![CDATA[comboniane]]></category>

		<category><![CDATA[Daniele Comboni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ascoltando il suo perfetto italiano, si coglie subito un aspetto affascinante di suor Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea:  l&#8217;importanza che dà alle parole. Giornalista e poetessa, suor Elisa, che iniziò a comporre da bambina - &#8220;credevo fossero poesie:  in realtà mi piaceva andare a capo ogni tanto!&#8221; - mi riprende subito, con garbo ma decisa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ascoltando il suo perfetto italiano, si coglie subito un aspetto affascinante di suor Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea:  l&#8217;importanza che dà alle parole. Giornalista e poetessa, suor Elisa, che iniziò a comporre da bambina - &#8220;credevo fossero poesie:  in realtà mi piaceva andare a capo ogni tanto!&#8221; - mi riprende subito, con garbo ma decisa, quando parlo dei Paesi poveri del terzo mondo. &#8220;Non Paesi poveri, ma Paesi impoveriti. La ricchezza che c&#8217;è lì non c&#8217;è in nessun altro posto. E non terzo mondo:  Dio di mondo ne ha creato uno. Siamo noi che lo abbiamo diviso e che continuiamo a dividerlo, mentre dovremmo cercare d&#8217;andare sempre più verso l&#8217;unità&#8221;. <em><br />
</em><br />
<em>Padre Comboni ebbe una grande attenzione per la donna. Nel 1867 fondò l&#8217;istituto missionario che sin dall&#8217;inizio volle maschile e femminile:  giacché la presenza della donna consacrata costituiva nel suo progetto &#8220;un elemento indispensabile e sotto ogni aspetto essenziale&#8221;, nacque la congregazione delle Pie Madri della Nigrizia. D&#8217;altro canto, anticipando i programmi di tanti organismi internazionali, padre Comboni comprese che occorreva rivolgersi alle donne locali per ottenere qualche risultato</em>.</p>
<p>L&#8217;intuizione profetica di Comboni di coinvolgere la donna la si coglie fin dalla prima redazione del <em>Piano per la rigenerazione dell&#8217;Africa</em>, in cui è scritto chiaramente che non c&#8217;è missione senza inclusione dell&#8217;elemento femminile. L&#8217;esperienza maturata durante la sua permanenza in Africa gli aveva dimostrato che era impossibile riuscire altrimenti a mettere in piedi la missione. &#8220;Molto prima avremmo dovuto pensare a inserire l&#8217;elemento femminile in questa opera&#8221;, scrive. La sua fu un&#8217;intuizione profetica sul genio femminile, quel genio di cui, poi, avrebbe parlato Papa Wojtyla. Oggi la donna merita da parte nostra un&#8217;attenzione sempre maggiore perché tra i poveri e gli oppressi le donne, e i loro bimbi, sono in grande maggioranza, perché il fenomeno della schiavitù si ripercuote soprattutto sulla donna e perché puntando su di lei si punta sul miglior agente di evangelizzazione della famiglia e della società.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6607" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/057q07a1.jpg" alt="" width="211" height="312" /><em>Essere la costola di un ordine maschile è un elemento di arricchimento o può rischiare di essere limitante?</em></p>
<p>Non siamo la costola di un ordine maschile. Non solo perché abbiamo una nostra autonomia, ma per il principio che sta all&#8217;origine della nostra fondazione, che è poi la chiave profetica:  Comboni ci ha ideate come donne capaci di camminare con i propri piedi. Agli inizi, certo, le due congregazioni avevano bisogno l&#8217;una dell&#8217;altra per potersi sostenere. Ma la presenza del ramo maschile ci completa, non ci limita. Due-tre volte l&#8217;anno, i due consigli generali s&#8217;incontrano per confrontarsi sulle problematiche e i sogni delle nostre missioni. Anche molte direzioni provinciali hanno questa buona prassi. E ci sono superiori e superiore provinciali che visitano insieme le comunità in cui vi sono comboniani e comboniane che lavorano nello stesso territorio. Abbiamo infine un progetto comune:  una radio in Sud Sudan la cui équipe è composta da padri e suore.</p>
<p><em>Un progetto, se non sbaglio, in perfetto spirito comboniano:  il fondatore scriveva che i mezzi da utilizzare per l&#8217;animazione missionaria della Chiesa e della società dovevano essere contatti personali, viaggi, corrispondenza e stampa</em>.</p>
<p>È vero. L&#8217;idea nacque quando Comboni venne canonizzato e i due istituti si chiesero quale segno di gratitudine potessero realizzare insieme. Così è nata la radio del Sud Sudan, che opera ormai da tempo, con l&#8217;obiettivo di tessere la pace per la costruzione del Paese, dopo 30 anni di guerra.</p>
<p><em>Dove operano e cosa fanno oggi le Pie Madri della Nigrizia? </em></p>
<p>Siamo in Africa, America Latina, Europa e Medio Oriente. Se ovunque è centrale a tutti i livelli l&#8217;evangelizzazione, ogni posto ha la sua priorità. Per esempio in Italia è importante l&#8217;animazione missionaria e la promozione vocazionale, sempre però con compresenze specifiche di pastorale. Siamo a Padova, dove abbiamo una casa in cui accogliamo giovani immigrate con difficoltà d&#8217;inserimento, a Palermo nella zona di Ballarò, a Napoli a Torre Annunziata. A Verona, per anni, una nostra sorella ha lavorato nel centro della Caritas, aiutando moltissime giovani strappate alla rete della prostituzione e della schiavitù. In Africa la prima priorità è l&#8217;evangelizzazione, che viene espletata in diversi modi a seconda dei Paesi. Ovunque siamo, le nostre comunità cercano, per quanto possibile, di essere composte da sorelle che svolgano funzioni nel campo della salute, della pastorale e dell&#8217;insegnamento, tentando di coprire i vari settori.</p>
<p><em>La missione qui, in Italia:  siamo abituati a pensare ai missionari che partono per andare lontano, invece anche alle nostre porte v&#8217;è bisogno di loro</em>.</p>
<p>Certo. Del resto se alcuni istituti hanno due rami, il nostro, invece, è esclusivamente missionario:  la regola di vita è una. Ciò significa che ogni sorella, in qualsiasi punto dell&#8217;emisfero si trovi, deve vivere la missione.</p>
<p><em>Oltre che presenti in tutto il mondo, siete anche di provenienza geografica molto varia. Immagino, quindi, che dobbiate affrontare un lavoro non indifferente per amalgamarvi:  se le differenze culturali possono diventare arricchimento, certo non sarà subito facile</em>.</p>
<p>Siamo di 34 nazionalità, presenti in 29 Paesi con 191 comunità sparse nei quattro continenti - esclusa l&#8217;Australia. La nostra presenza ha ovunque un carattere sovranazionale. La relazione è sempre positiva, anche se complessa. Fin dai primi tempi della formazione, puntiamo molto sull&#8217;aspetto internazionale e multiculturale:  le differenze vanno rispettate, ma ciò a cui tendiamo è la crescita nella comune cittadinanza comboniana. È lì che ci incontriamo. Sappiamo bene che le culture hanno sempre qualche cosa in comune:  dobbiamo esercitarci a scoprire ciò che ci unisce, piuttosto che ciò che potrebbe dividerci.</p>
<p><em>La difficoltà d&#8217;incontro immagino che la viviate anche con le comunità locali. Penso a due esempi della vostra storia. Per il passato, la vicenda di Teresa Grigolini, una delle prime comboniane partite per il Sudan nel 1877. Cinque anni dopo le missioni furono distrutte dalla rivoluzione del Mahdi e i missionari ridotti in schiavitù. Teresa accettò di sposare un commerciante greco per evitare che le consorelle, e lei stessa, finissero negli harem musulmani, gesto sofferto e al tempo non capito. Per oggi, invece, penso a Teresa dalle Pezze che, prima di essere uccisa, lavorava in Mozambico alle dipendenze del Governo:  come altre consorelle insegnanti e infermiere, dovette togliere il velo, giacché le autorità non tolleravano alcun segno religioso</em>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6608" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/057q07a2.jpg" alt="" width="207" height="312" />Sono difficoltà che fanno parte della vita. Ed è un aspetto scritto nelle nostre regole:  Comboni diceva che dobbiamo essere carne da macello, pronte anche al martirio. Un martirio cruento, ma anche un martirio continuo, come quello che ha vissuto suor Teresa. Ma siamo convinte che dove andiamo troviamo una ricchezza immensa! C&#8217;è una bella frase di Comboni che per noi è centrale:  &#8220;Fare causa comune&#8221;. Dobbiamo entrare nei popoli con questo atteggiamento. Cerchiamo sempre di leggere la positività che ci sarà nell&#8217;incontro, che è poi il solo modo per impedire lo scontro di culture. Le nostre comunità dovrebbero essere vere fucine di allenamento, mettendoci in grado di incontrare nel profondo altri popoli.</p>
<p><em>Nel capitolo generale del 2004 avete approfondito una serie di aspetti mistici. Alcuni (l&#8217;annuncio, la pazienza e il perdono) sono chiari. Altri meno:  ci spiega innanzitutto la mistica dell&#8217;osare?</em></p>
<p>La prendiamo dallo spirito coraggioso di Comboni, che non s&#8217;è fermato di fronte a nulla. Ci siamo dette:  dinanzi a questa cultura che, mentre parla di globalizzazione, innalza muri e barriere, a questa cultura occidentale che fa riferimento alle sue radici cristiane senza però essere coerente con esse, come dobbiamo rapportarci in quanto missionarie comboniane? Innanzitutto osando. Osando cammini nuovi, osando infrangere i muri che impediscono la comunione dei popoli, osando atteggiamenti profetici. È una mistica che abbiamo preso approfondendo lo spirito di Comboni:  noi, come sue figlie, non possiamo assolutamente tirarci indietro in questo momento. Questa è la nostra ora.</p>
<p><em>C&#8217;è poi la mistica della pietra nascosta</em>.</p>
<p>Il Vangelo ce lo dice:  diminuire perché l&#8217;altro possa crescere. La pietra nascosta è la pietra angolare che non si vede, ma che mantiene in piedi l&#8217;edificio. Nel nostro incontro con i popoli, non possiamo irrompere come bulldozer. Dobbiamo entrare a piedi nudi, con rispetto e capacità di metterci a fianco.</p>
<p><em>Infine, la mistica della compassione, parola che il mondo di oggi tende a fraintendere</em>.</p>
<p>Sono appena tornata dal Congo dove veramente le sorelle vedono e vivono ogni giorno la fatica della gente. Potrebbe esserci la tentazione di farci il callo, tentazione che va assolutamente respinta. Dinnanzi alle sofferenze quotidiane delle persone, dobbiamo costantemente mantenere il nostro cuore capace di patire con, di far causa comune con. Questo ci dà non solo la forza, ma la gioia di rimanere con.</p>
<p><em>A questo proposito, in una lettera del 1871, Daniele Comboni scrive:  chi confida in se stesso, confida nel più grande asino di questo mondo</em>.</p>
<p>Lui, che aveva una forte vena umoristica, usava queste espressioni molto gustose e concrete. Comboni diceva anche che il missionario e la missionaria non possono andar soli in paradiso. Soli andranno all&#8217;inferno. Per lui la collaborazione e il lavorare insieme sono determinanti. Non dimentichi che nel suo progetto erano centrali i laici, che egli considerava un elemento fondante:  tutti insieme, ognuno nella propria realtà, per un unico ideale.</p>
<p><em>I laici hanno ancora questo ruolo cruciale?</em></p>
<p>Ci stiamo provando, anche se forse dovremmo fare molto di più per non tradire il sogno e l&#8217;ideale comboniani. Abbiamo centinaia di amici che lavorano attorno a noi, però non siamo riuscite a far sì che divenga prassi uno spazio specifico dei laici all&#8217;interno del nostro ambito missionario. Dobbiamo sempre fare salti mortali per permettere la presenza di laici con un preciso ruolo collaborativo. Invece, Comboni aveva moltissimi laici accanto:  la nostra prima suora africana, suor Fortunata (sudanese), era stata una di loro. Fortunata fu infatti tra le prime giovanette ridotte in schiavitù che vennero comprate da don Mazza, riscattate e portate a Verona:  l&#8217;idea di don Mazza, che poi Comboni ha fatto sua, era quella di salvare l&#8217;Africa con l&#8217;Africa, istruendo e preparando i laici africani. L&#8217;educazione li avrebbe resi capaci d&#8217;essere protagonisti della loro stessa rinascita. Con altre venti ragazze, Fortunata venne portata a Verona per studiare. Una volta preparate, queste laiche africane partirono con Comboni, che, innanzitutto, le condusse in Egitto:  non a caso. Gli egiziani si sentivano superiori, considerando i sudanesi delle non-persone. Ebbene, permettendo a queste giovani laiche d&#8217;essere maestre degli egiziani, Comboni riuscì a dimostrare che, grazie all&#8217;istruzione, le sudanesi erano in grado di fare esattamente le stesse cose che poteva fare un egiziano! Comboni poi condusse alcune di queste laiche in Sudan, grazie alle quali poté aprire a El Obeid quella che lui chiamava con malcelato orgoglio &#8220;l&#8217;opera femminile del Kordofan&#8221;<em></em>.</p>
<p><em>Una scelta davvero coraggiosa, considerando la mentalità del tempo</em>.</p>
<p>Coraggiosissima e lungimirante. Comboni voleva preparare ragazzi e ragazze capaci di formare famiglie cattoliche. L&#8217;idea era geniale! Così, quando arrivarono le comboniane, trovarono che già molte laiche lavoravano sul posto. Dopo un po&#8217; di tempo, una di loro, Fortunata, chiese d&#8217;entrare nella congregazione.</p>
<p><em>Il fondatore scriveva che &#8220;i</em><em> </em><em>mali gravissimi</em><em>&#8221; dell&#8217;Africa erano la mancanza di fede, la tratta degli schiavi, la povertà, le malattie e l&#8217;ignoranza. Sono ancora questi?</em></p>
<p>Sono questi. Sono rimasti tali e quali. Fintanto che il tasso d&#8217;analfabetismo resta all&#8217;80 per cento, significa che ci sono Governi che mantengono deliberatamente nell&#8217;ignoranza i loro popoli onde poterli facilmente depauperare e distruggere. Non a caso, i militari più armati sono in Africa. Per la salute e l&#8217;educazione, i nostri Governi non spendono niente (al contrario delle armi):  è il modo di mantenere il popolo nell&#8217;incapacità di potersi difendere. Sono gli stessi mali di allora che impediscono oggi all&#8217;Africa d&#8217;alzarsi e di camminare.</p>
<p><em>Diceva che è appena tornata dal Congo, che forse oggi è uno dei Paesi più a rischio</em>.</p>
<p>Sì, specie al Nord, perché ci sono interessi politici ed economici enormi. Perdo il sonno ogni volta che torno da questi Paesi che so essere straricchi, mentre la popolazione vive nella miseria nera. Dico sempre alle sorelle:  l&#8217;importante è stare con la gente, senza però tenere la scala al ladro, avendo, cioè, il coraggio di denunciare gli abusi di cui le persone sono vittime. Però sappiamo che certe problematiche ci superano. Oggi, ad esempio, è pieno di cinesi:  prima l&#8217;occidente, poi l&#8217;islam, adesso i cinesi. Quest&#8217;Africa quando riuscirà a venirne fuori? Quando riuscirà a fare quello che le ha quasi ordinato il sinodo:  alzati e cammina? Se continuiamo a metterle sulle spalle tutti questi gravami, sarà molto dura per lei. Ma la speranza c&#8217;è!</p>
<p><em>Nell&#8217;enciclica </em>Caritas in veritate<em> il Papa scrive che &#8220;lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione&#8221;. Secondo lei, si stanno facendo reali passi in questa direzione?</em></p>
<p>Credo che dappertutto ci sia la volontà di camminare insieme. La società civile c&#8217;è, la buona volontà c&#8217;è, la voglia di mettersi insieme e di crescere come famiglia anche. Poi ci sono forze maligne e diaboliche che impediscono l&#8217;avanzata di questo popolo che si dirige verso il regno dei cieli. Quella del Papa non è una frase a effetto:  al fondo si percepisce che c&#8217;è questa comunità che vuole camminare insieme.</p>
<p><em>In Occidente si avverte uno scollamento tra ciò che la grande informazione vuole farci credere e ciò che invece si percepisce tra la gente</em>.</p>
<p>È verissimo. La televisione ha il suo lato positivo. Io sono giornalista:  guai se non ci fossero i mezzi di comunicazione! Ma un certo tipo d&#8217;informazione davvero tenta di creare la cultura del male e della diffidenza. Se la sera in trenta milioni ascoltano la televisione dire che il marocchino, l&#8217;albanese o il rom hanno derubato la vecchietta, l&#8217;indomani al primo straniero che s&#8217;incontra, ci si stringerà la borsa. Perché ormai il sospetto e la paura sono passati attraverso questi messaggi.</p>
<p><em>C&#8217;è una frase terribile che, ne </em>Il libro dell&#8217;inquietudine<em>, Pessoa fa scrivere a Bernardo Soares:  &#8220;Gli altri non sono per noi altro che paesaggio</em>&#8220;.</p>
<p>È veramente triste. L&#8217;altro, invece, è relazione, è persona. A volte anche tra noi suore, ci passiamo accanto senza sorriderci:  eppure siamo tutte appassionate di Cristo! Basterebbe dirsi anche solo buon giorno! In fondo siamo le testimoni del Risorto. Tante volte invece sembra che siamo ancora lì a piangere il Cristo morto. Ricordo le prime volte a Verona, salutavo le persone la mattina:  la gente era spaventata! Un giorno una signora mi chiede:  suora, ma lei mi conosce? No, le dico, ma è così bello salutarsi al mattino. Sennò davvero diventiamo paesaggio. Un paesaggio che a volte ci disturba, a volte ci è indifferente.</p>
<p><em>Oggi esiste un&#8217;enorme incapacità non solo di accettare la Croce, ma direi, prima ancora, di comprenderla</em>.</p>
<p>Perché la Croce è una cosa difficile. Comboni diceva:  &#8220;Signore, dammi le croci&#8221;. Ma Comboni era Comboni! Io non sono arrivata a quell&#8217;altezza. Io dico:  Signore quella che ho, se puoi, spostamela un pochino più in là. Ma la mistica della pietra nascosta significa anche accettare la sofferenza, e saperla vivere con una certa serenità. I mezzi di comunicazione ci fanno sognare famiglie bellissime che ridono e scherzano:  ma dove sono? La realtà d&#8217;ogni giorno è difficile. A volte la Croce è assumersi semplicemente la realtà.</p>
<p><em>Credo che l&#8217;idea diffusa che i popoli impoveriti siano più capaci di comprendere la Croce sia uno stereotipo che fa comodo a noi occidentali</em>.</p>
<p>Sì, è uno stereotipo. Non è che accettano la Croce:  non possono farne a meno. Non hanno alternativa. Credere diversamente, significa sminuire il valore della loro sofferenza.</p>
<p><em>Cos&#8217;è oggi la vocazione missionaria?</em></p>
<p>Credo sia ancora quella di sempre:  annunciare la certezza che il regno dei cieli, il regno di giustizia e di pace, è possibile. Lo dicevamo ieri, e lo diciamo a maggior ragione oggi dove c&#8217;è bisogno d&#8217;una nuova evangelizzazione anche in Europa. È inutile che ci vantiamo delle radici:  abbiamo bisogno di avere frutti! È comodo fare affidamento su di esse, delegare:  ma il cristianesimo non vive di rendita. È una scelta personale. Si sceglie d&#8217;essere cristiano o di non esserlo. È da come ti comporti, che io so se tu sei veramente cristiano. Altrimenti rimane solo un simbolo che abbiamo svuotato d&#8217;ogni significato. La vocazione missionaria è ancora quella d&#8217;annunciare a gran voce che il regno dei cieli è qui, che si può costruire oggi, e non chissà quando. Lavorare perché vi sia la giustizia, la comunione tra i popoli, perché si abbattano le barriere che, invece, andiamo continuamente costruendo. Per questo credo sia ancora una vocazione molto attuale e concreta. Del resto, guardi, la mia vocazione personale nasce dall&#8217;esempio. Provengo da una famiglia cattolica eritrea e ho studiato dalle comboniane ad Asmara fino a 14 anni. Poi, dopo essermi allontanata, ventenne ho ribussato alla loro porta. Da piccola leggevo con foga la rivista &#8220;Raggio&#8221; - oggi <em>&#8220;</em>Combonifem&#8221; -:  ricordo che m&#8217;ero innamorata soprattutto del Brasile! Fu questa volontà di andare dall&#8217;Eritrea in Brasile a spingermi verso la congregazione. Ho fatto il postulantato e il noviziato ad Asmara, rimanendovi altri due anni dopo la professione. Poi sono venuta in Italia e dopo un corso di catechesi all&#8217;Urbaniana, mi hanno chiesto:  davvero vuoi andare in Brasile? Risposi che ormai avevo compreso che uno deve essere disponibile ad andare dove lo mandano, e così passai sette anni in America latina:  Ecuador, Perú e Costa Rica, ma niente Brasile! Tornata in Italia, dopo un corso di giornalismo a Vicenza, sono entrata a lavorare nella nostra rivista. Nel 2004, al capitolo sono stata eletta nel Consiglio&#8221;.</p>
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		<title>Emendemus in melius</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 10:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Responsorio gregoriano Quaresima, Giovanni Vianini, Milano, It; www.cantogregoriano.it
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		<title>Nigeria, il massacro infinito tra cristiani e musulmani</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/03/08/nigeria-il-massacro-infinito-tra-cristiani-e-musulmani/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 18:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[nigeria]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel nome di Dio si annientano interi villaggi. Ieri l&#8217;ultima strage: 500 morti. Due boss politici locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia.&#160;

KURU KARAMA (NIGERIA CENTRALE) - Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nel nome di Dio si annientano interi villaggi. Ieri l&#8217;ultima strage: 500 morti. Due boss politici locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia.&nbsp;</em><br />
<img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/nigeria.jpg" alt="" title="" width="516" height="341" class="aligncenter size-full wp-image-6601" /><br />
KURU KARAMA (NIGERIA CENTRALE) - Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo dal Dio dell&#8217;Antico Testamento: &#8220;Uccidi uomini e donne, bambini e neonati&#8221;. Ma hanno macellato i musulmani del villaggio proprio in quel modo.</p>
<p>E quando adesso ascolti i ragazzini raccontarti come i cristiani adempivano con i machete al comandamento del Signore degli Eserciti - &#8220;Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi trafitti dalla spada&#8221; - , quando ti rendi conto che tra le rovine bruciate l&#8217;unico edificio intatto è il tempio dei pentecostali, devi domandarti se chi ha ordinato questa strage non legga la Bibbia esattamente come, nel campo avverso, alcuni islamisti leggono il Corano. E cioè come una teologia del terrorismo particolarmente utile per annientare gruppi umani rivali, depredare, sottomettere, e poi spacciare quei crimini per eroici atti di fede.</p>
<p>Lo scontro antico che dall&#8217;Africa alle Molucche sta ritrovando nelle religioni pretesti, ispirazioni e complici, in Nigeria centrale obbedisce ad una simmetria radicale: musulmani e cristiani fanno fuori interi villaggi. Grosse bande attaccano di sorpresa insediamenti isolati e non risparmiano nessuno, neppure i bambini. L&#8217;altra notte una masnada di musulmani ha massacrato i cristiani di Doko Nahawee, ammazzandone forse cinquecento. Cinque settimane prima, il 26 gennaio, era stata cancellata dalle mappe Kuru Karama. Dei tremila abitanti, i cristiani ne hanno sterminati almeno centocinquanta, quelli troppo vecchi o troppo giovani per scappare, e quelli decisi a difendere le loro cose. Tra le casette di terra rappresa, nessuna delle quali conserva la lamiera che fungeva da tetto, incontro quattro soldati depressi e tre scolari sedicenni venuti a cercare i quaderni che tenevano vicino al letto. </p>
<p>I soldati hanno tappato con la terra due pozzi in cui gli attaccanti avevano gettato gli uccisi: troppi cadaveri, spiegano, e non sapevano come tirarli fuori. I ragazzini appartenevano ad una classe che è stata decimata dai machete quando ha cercato di scappare attraverso il cerchio degli assedianti. Mentre ne raccontano non trovano le parole, e hanno gli occhi sgranati, non so se per paura, orrore o incredulità.</p>
<p>Nessuno di loro, dicono, si attendeva l&#8217;attacco. Non è difficile crederlo. Kuru Karama è uno dei tanti insediamenti dell&#8217;etnia Hausa nello Stato del Plateau, villaggi dove trovi una piccola moschea accanto ad un minuscolo tempio cristiano, e botteghe che espongono appaiati poster di Cristo dal cuore palpitante e ragazze in estasi coranica. Intorno, una terra che non può suscitare appetiti - campi riarsi, una boscaglia rada sparpagliata sopra una landa polverosa. Ma Kuru Karama ha una particolarità: è interamente circondata dai villaggi dell&#8217;etnia cristiana, i Birom, che nel Plateau esprime il potere. Questo gli è stato fatale. </p>
<p>Se invece risaliamo la concatenazione delle causalità, il destino si presenta nella forma insospettabile di una legge in teoria molto democratica. Per salvare dall&#8217;assimilazione le più piccole tra le 250 etnie nigeriane, ciascuno dei 36 governi che formano la federazione attribuisce lo status di &#8220;popolazione indigena&#8221; alle tribù considerate autoctone, e con lo status accessi privilegiati all&#8217;istruzione e all&#8217;amministrazione pubblica, cioè all&#8217;unica possibilità di trovare un impiego decente. Gli Hausa sono nel Plateau dalla metà dell&#8217;Ottocento, ma il governo locale, egemonizzato dai Birom, non li considera &#8220;indigeni&#8221;. Dal 2001 questa discriminazione è la causa delle loro rivolte furiose, e della reazione altrettanto brutale dei Birom.</p>
<p>Ogni volta più violento, lo scontro comincia a sovrapporsi ad una linea di faglia che attraversa la Nigeria dalla sua origine coloniale. Il Paese fu inventato dai britannici nel 1914 assemblando incongruamente il nord musulmano e il sud cristiano. Dopo la fine della dittatura militare (1999) dodici Stati del nord, invogliati da donazione saudite, hanno deciso di applicare la sharia ai loro cittadini, sia pure su basa volontaria. Ma uno dei dodici ci ha ripensato e gli altri non applicano la legge coranica nella parte sostanziosa. Però i gruppi dominanti (musulmani) si sentono autorizzati a rinforzare i pretesti con i quali si spartiscono gli impieghi statali. Nelle università, docenti cristiani si vedono negare cattedre, nelle scuole diminuiscono gli insegnanti non islamici. A loro volta alcune oligarchie cristiane della Nigeria centrale hanno cominciato a praticare la discriminante religiosa per tenere a bada etnie &#8220;non indigene&#8221; a maggioranza musulmana, come gli Hausa, che rivendicano i propri diritti. E poiché questa divaricazione ora attraversa anche gli apparati di sicurezza, sta diventando pericolosa per un Paese che fatica a trovare una comune ragione sociale, se non nei colossali proventi del petrolio.</p>
<p>Questi conflitti non potrebbero ricorrere alla maschera della religione se i cleri si opponessero. In questa regione, un frangiflutti di etnie e credi, hanno formato un comitato inter-religioso che si riunisce nella città di Jos per prevenire tensioni. I partecipanti si conoscono dal tempo delle elementari ma, mi confida uno di loro, dubitano tutti nello stesso modo della sincerità di quel che viene detto. E con ragione: infatti gli uni e gli altri mantengono un omertoso riserbo sulle malefatte delle bande giovanili cristiane e musulmane. Queste gang sono ispirate da due politici rivali, eminenze dello stesso partito: il governatore cristiano, un ex generale dell&#8217;aviazione di etnia Birom; e un ex ministro musulmano, di etnia Hausa.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo avrebbe organizzato le violente dimostrazioni di gennaio, inizio dei tumulti. Motivo o pretesto: i cristiani avrebbero impedito la ricostruzione di una casa di musulmani, distrutta a Jos negli scontri di due anni fa. I musulmani hanno reagito con roghi di case cristiane e attacchi alle chiese, il 24 gennaio, una domenica. In ogni caso, a sera la rivolta era finita, stroncata dall&#8217;esercito nel solito modo: sparando ad altezza d&#8217;uomo sui dimostranti. Però i cristiani avevano subito vittime, anche se in numero minore dei musulmani, e l&#8217;oligarchia dei Birom voleva dare una lezione agli Hausa. Nelle ore successive la tv di Stato, diretta da un pastore pentecostale, ha mandato in onda a ciclo continuo notiziari eccitati, culminati il 26 in un editoriale che secondo i musulmani suonava come un appello al massacro. &#8220;Era tutto pianificato, possiamo provarlo&#8221;, mi dice Sani Mudi, il portavoce della comunità musulmana nel Plateau, mostrandomi la pila di carte alta due palmi che questa settimana consegnerà alla Corte penale internazionale, a L&#8217;Aja.</p>
<p>Di sicuro gli stermini del Plateau non sono spontanei. Non lo è stato il massacro di Kuru Karama, anche se tra gli esecutori c&#8217;erano giovani Birom dei villaggi limitrofi. &#8220;Ne ho riconosciuti diversi&#8221;, racconta Samir Abubakar, un commerciante di frutta che trovo tra le rovine. Quando è cominciata la caccia al musulmano, tra le case e nella campagna, è scappato nel panico, abbandonando i suoi familiari. Ha ritrovato la moglie in ospedale (la foto che ha nel telefonino la mostra con le braccia ingessate, per le tre fratture prodotte da altrettanti colpi di machete). Invece non ha più notizie della madre, probabilmente bruciata dentro la moschea, viva o già morta, e poi gettata in fondo ad un pozzo.</p>
<p>Quando i Birom che avevano circondato il villaggio hanno cominciato ad avanzare, uno dei tre pastori cristiani presenti quel giorno nel villaggio ha cercato di fermarli. Ma è stato picchiato e legato ad un albero, mi confermano gli studenti. Gli altri due se la sono filata. Si può assolvere la loro fuga, non il silenzio dei religiosi musulmani e cristiani. Con l&#8217;unica eccezione di monsignor John Onayekam, l&#8217;arcivescovo cattolico, pastori evangelici e mullah tacciono oppure si nascondono dietro dichiarazioni vaghe. Fingono di non sapere. Kuru Karama è a mezz&#8217;ora di macchina ma il massacro non suscita curiosità nel reverendo Caleb Ahima, segretario generale della Chiese pentecostali. Quando gliene domando risponde così: &#8220;Le crisi mettono in luce i limiti della condizione umana&#8221;. Ben detto, ma chi è stato? &#8220;Non sappiamo, c&#8217;è in giro molta maligna propaganda&#8221;. Ma chi è stato? &#8220;Io non sostengo le uccisioni illegittime&#8221;. Il massimo che gli si può cavare è un &#8220;non escludo che alcuni cristiani&#8230;&#8221;.</p>
<p>Poi il reverendo Ahima mi rivela che all&#8217;origine di tutto c&#8217;è l&#8217;ossessione piantata nella testa dei musulmani: concludere la guerra santa che i loro avi fallirono oltre un secolo fa e &#8220;bagnare il Corano nell&#8217;oceano&#8221;, cioè impossessari dell&#8217;intera Nigeria. E ora tutto è più chiaro. Ai suoi occhi gli Hausa di Kuru Karama erano un avamposto dell&#8217;avanzata islamica verso la costa. Comprensibile che il loro sterminio non lo colpisca più di quanto l&#8217;ammazzamento di cristiani (non) impressioni tanti mullah, a loro volta convinti che i cristiani cospirino contro l&#8217;islam.</p>
<p>Quando il gregge si trasforma in branco di lupi, spesso i pastori lo assecondano. Gli trovano giustificazioni. E si tappano le orecchie per non udire le grida degli scannati. C&#8217;è anche un clero che si oppone e reagisce, non di rado in solitudine. Ma la tendenza generale oggi non sembra quella. Lì dove musulmani e cristiani coabitano da secoli, lo spirito del tempo sembra semmai soffiare nelle vele della religiosità più aspra, più sanguigna, più militante. Come altrove in Asia e in Africa, anche in Nigeria ne profitta tanto l&#8217;estremismo islamico quanto il cristianesimo dei pentecostali, un credo che ha conosciuto un boom spettacolare nell&#8217;ultimo secolo, al punto che oggi rappresenterebbe, per numero di fedeli, la seconda fede cristiana dopo il cattolicesimo. Qui noti anche come formidabili guaritori di indemoniati, i pastori pentecostali hanno una predisposizione per la prima linea, non a caso la loro casa madre è nella tumultuosa città di Jos, e una venerazione per la Parola sacra, nella quale non è difficile imbattersi nel Dio degli Eserciti, quello che non fa sconti. L&#8217;estremismo islamico lo frequenta da tempo, e infatti neppure in Nigeria distingue tra adulti e bambini quando massacra.</p>
<p>Musulmani o cristiani, gli assassini e i mandanti delle stragi occorse a Jos nel 2001, 2004, 2008 e nel gennaio 2010, sono tutti liberi. La polizia non li cerca. I suoi posti di blocco all&#8217;ingresso di Jos, una dozzina, la settimana scorsa sembravano soprattutto un&#8217;occasione offerta agli ufficiali per depredare automobilisti. Non era difficile immaginare che gli sterminatori sarebbero presto tornati a sacrificare villaggi al loro dio.</p>
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		<title>Madre sposa di Dio noi ti magnifichiamo</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 15:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

		<category><![CDATA[Maria]]></category>

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		<description><![CDATA[In quaresima la tradizione bizantina celebra la Divina liturgia soltanto la domenica e il sabato. Nelle diverse ufficiature delle ore troviamo dei tropari chiamati theotòkia, dedicati appunto alla Madre di Dio (theotòkos), dove si esprime il suo dolore ai piedi della croce, insieme al dolore ma soprattutto alla fede di tutta la Chiesa.
I testi presentano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/055q01b1.jpg" alt="" title="" width="224" height="312" class="alignright size-full wp-image-6596" />In quaresima la tradizione bizantina celebra la Divina liturgia soltanto la domenica e il sabato. Nelle diverse ufficiature delle ore troviamo dei tropari chiamati <em>theotòkia</em>, dedicati appunto alla Madre di Dio (<em>theotòkos</em>), dove si esprime il suo dolore ai piedi della croce, insieme al dolore ma soprattutto alla fede di tutta la Chiesa.</p>
<p>I testi presentano la meraviglia di Maria di fronte alla crocifissione del Figlio. È il dolore della madre che si unisce a quello di tutta la creazione:  &#8220;Tutto il creato trasmutava e si contraeva scuotendosi. E la pura Vergine, tua Madre, dolente a te gridava:  Ahimè, Figlio mio, dolcissimo mio Salvatore, che cos&#8217;è mai questo spettacolo nuovo, straordinario e strano?&#8221;. In alcuni tropari assistiamo addirittura a un dialogo tra Maria e Cristo:  &#8220;Figlio amatissimo, che spettacolo inaudito vedo mai? Ed egli a lei:  Madre immacolata, ciò si rivelerà vita per tutto il mondo&#8221;.</p>
<p>Il dolore e lo sgomento della Madre mettono in luce il contrasto tra Cristo datore di vita e coloro che danno la morte:  &#8220;Come dunque il popolo inchioda alla croce te, il solo datore di vita, la mia dolcissima luce?&#8221;. Uno dei <em>theotòkia</em> della terza domenica di Quaresima, dedicata alla santa Croce, riassume la fede cristiana: &#8220;Oggi colui che per essenza è inaccessibile, diventa per me accessibile, e soffre la passione per liberare me dalle passioni; colui che dà la luce ai ciechi, riceve sputi da labbra inique e, per i prigionieri, offre le spalle ai flagelli. Vedendolo sulla croce, la pura Vergine e Madre dolorosamente diceva:  Figlio mio, tu, splendido di bellezza più di tutti i mortali, appari senza respiro, sfigurato, senza più forma né bellezza! Mia luce! Non posso vederti addormentato, sono ferite le mie viscere e una dura spada mi trapassa il cuore&#8221;.</p>
<p>Le domande di Maria ai piedi della croce diventano la professione di fede della Chiesa:  &#8220;Perché non reggo al vederti pendere dal legno, tu, Creatore e Dio di fronte al quale trema l&#8217;universo?&#8221;. &#8220;O Figlio mio, coeterno al Padre e allo Spirito, che è mai questa tua ineffabile economia, per la quale hai salvato la creatura plasmata dalle tue mani immacolate?&#8221;. </p>
<p>La fede cristiana, formulata nei primi grandi concili ecumenici, è riassunta in questi tropari:  &#8220;Colei che alla fine dei tempi ti ha partorito, o Cristo, vedendo pendere dalla croce te, generato dal Padre che non ha principio, gridava:  Gesù amatissimo! Com&#8217;è possibile che tu, glorificato come Dio dagli angeli, sia ora volontariamente crocifisso, o Figlio, da iniqui mortali? Come ti vide innalzato sulla croce, la tua Madre immacolata, o Verbo di Dio, maternamente gemendo diceva:  Che è dunque, Figlio mio, questo spettacolo nuovo e strano? Come dunque sei nella morte tu, vita dell&#8217;universo?&#8221;.</p>
<p>Maria e la Chiesa ai piedi della croce piangono colui che volontariamente è salito su di essa, colui che veramente è Dio e uomo, il Verbo incarnato:  &#8220;O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso. Di fronte alla passione del Figlio, la pura, gemendo dolorosamente, innalzava con grida questo lamento:  Come hanno potuto consegnarti al giudizio di Pilato te che incessantemente gli angeli glorificano con inni? Inneggio, o Verbo, alla tua grande e inesprimibile compassione!&#8221;. I <em>theotòkia</em> insistono sulla morte volontaria di Cristo sulla croce:  &#8220;La Vergine Madre tua, o Cristo, vedendoti morto, disteso sul legno, nel pianto gridava:  Che è, Figlio mio, questo terribile mistero? Come tu che doni la vita eterna a tutti, muori volontariamente in croce?&#8221;.</p>
<p>Un altro aspetto rilevante di questi testi liturgici è il parallelo stabilito tra Cristo e Maria, l&#8217;&#8221;agnello&#8221; e l&#8217;&#8221;agnella&#8221;, un tema che la liturgia bizantina riprende nei testi della Settimana Santa:  &#8220;Vedendo te, o Verbo, crocifisso con i ladroni, quale agnello paziente, trafitto al fianco dalla lancia, l&#8217;agnella come madre esclamava:  Come può una tomba ricoprire il Dio incircoscrivibile? Vedendo te, pastore immacolato, appeso al legno, l&#8217;agnella gemendo come madre gridava:  A morte ti hanno consegnato, in cambio della nube distesa per il passaggio del tuo popolo. Colei che non ha sposo resta senza il Figlio&#8221;.</p>
<p>Può sorprendere in alcuni tropari l&#8217;insistenza sul parto indolore di Maria, ma sono testi che si soffermano sul contrasto tra la gioia del parto di Maria e il suo dolore per la crocifissione, e in qualche modo mettono in parallelo due icone, quella della nascita di Cristo e quella di Maria ai piedi della croce di Cristo:  &#8220;Che è questo fatto prodigioso e inusitato? Così la Vergine gridava al Signore come madre:  le doglie che non ho conosciuto nel partorirti, o Figlio, raggiungono penetranti il mio cuore&#8221;.</p>
<p>Maria infine, come la Chiesa, intercede ai piedi della croce:  &#8220;O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso:  non cessare di supplicarlo, o benedetta,  perché  in  questo  tempo di  digiuno  ci  doni  il  perdono  delle colpe&#8221;.</p>
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		<title>Terremoto in Cile</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 10:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Cile terremoto]]></category>

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		<title>Pubblicate le conclusioni del X Congresso degli Istituti Secolari in America Latina</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 15:24:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - istituti secolari]]></category>

		<category><![CDATA[Istituti Secolari in America Latina]]></category>

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		<description><![CDATA[Lima (Agenzia Fides) – Circa 200 partecipanti provenienti da 16 paesi latino-americani e 4 europei, appartenenti a 80 istituti, si sono radunati a Lima, capitale del Perù, dal 3 al 7 febbraio 2010 per il X Congresso Latinoamericano e dei Caraibi degli Istituti Secolari. Il Congresso precedente si era tenuto a Santo Domingo nel mese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lima (Agenzia Fides) – Circa 200 partecipanti provenienti da 16 paesi latino-americani e 4 europei, appartenenti a 80 istituti, si sono radunati a Lima, capitale del Perù, dal 3 al 7 febbraio 2010 per il X Congresso Latinoamericano e dei Caraibi degli Istituti Secolari. Il Congresso precedente si era tenuto a Santo Domingo nel mese di agosto 2006 e il prossimo sarà nel luglio 2014 a Porto Rico. Il tema di riflessione, in sintonia con Aparecida, è stato &#8220;La sfida missionaria degli Istituti Secolari in America Latina e nei Caraibi&#8221; (vedi Fides 09/02/2010).</p>
<p>All’Agenzia Fides sono state inviate le Conclusioni di questo Congresso: 12 punti che esprimono gioia per la vita secolare consacrata e ringraziamento della comunione di questo 80 istituti rappresentati nel Congresso. In risposta al tema scelto, i partecipanti rilevano l’urgente bisogno di pianificare la vita consacrata con una spiritualità cristiana responsabile dinanzi alla società. Ci sono diversi elementi per riuscire in questo obiettivo: l’età giovane dei consacrati, la fedeltà creativa al proprio carisma, la mentalità aperta degli istituti verso i giovani latinoamericani e l’esempio dei santi, soprattutto quelli “latinoamericani” come Santa Rosa de Lima e Toribio de Mogrovejo.</p>
<p>Con questi elementi, secondo le Conclusioni, bisogna creare opportunità per far crescere le vocazioni, rafforzare i collegamenti di partecipazione e di comunicazione fra i paesi (in questo il ruolo della CISAL, la Confederazione degli istituti secolari in America Latina, è decisivo), infine creare una rete potente per proiettarsi al servizio della Chiesa e del mondo. L’ultima richiesta delle Conclusioni è costituita da una preghiera alla Madonna di Guadalupe per avere il suo accompagnamento e la sua guida in questo compito missionario. (CE) (Agenzia Fides, 02/03/2010)<br />
<div id="attachment_6585" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><img class="size-full wp-image-6585" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/congis-773393.jpg" alt="congresocisal.blogspot.com" width="640" height="349" /><p class="wp-caption-text">congresocisal.blogspot.com</p></div></p>
<h3 style="text-align: center;">X CONGRESO DE LOS INSTITUTOS SECULARES DE AMÉRICA LATINA Y EL CARIBE</h3>
<p align="center"><em>(LIMA, 3-7 FEBRERO DEL 2010)</em></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>CONCLUSIONES</strong></p>
<ol type="1">
<li>Proclamamos el gozo de nuestra pertenencia a la      vida consagrada secular y nos esforzamos mediante una      formación integral y cualificada, necesaria para vivir con plenitud      nuestra vocación en cultivarla y potenciarla.</li>
<li>Agradecemos al Señor nuestra participación en      este X Congreso que tantos dones nos ha concedido, sobre todo el de la      comunión de 200 participantes (en representación de los 5000 miembros en      la Región), 80 institutos y 20 países.</li>
<li>Acordes con el lema &#8220;El desafío misionero de los II      Seculares&#8221; respondemos con nuestra propuesta de crear y formar nuevos      hombres y mujeres que construyen en el continente una nueva sociedad justa      y solidaria, según el corazón de Dios.</li>
<li>Nos urge la necesidad de planificar el integrar la      vida profesional con una espiritualidad cristiana que estimula actitudes      de responsabilidad entre los hombres para la sociedad y para una vivir una      fe profunda para poder ser &#8220;sal&#8221; y &#8220;levadura&#8221; de la Iglesia en medio de      las realidades urbanas, rurales y en los ámbitos más necesitados de la      cultura, técnica, política, en los que ejercerán su liderazgo.</li>
<li>Somos conscientes de ser una realidad joven (algo      más de 50 años) en la Iglesia bimilenaria, pero suscitada por el Espíritu      como signo de nuestro tiempo y con una identidad bien definida      (consagración, secularidad, apostolado).</li>
<li>De la fidelidad creativa al carisma de los      fundadores cumplirán la finalidad de su constitución para ser laboratorio      de diálogo con el mundo y contribuir así en forma permanente para la      transformación del mundo desde el mundo, de acuerdo con el Espíritu del      Evangelio&#8221;.</li>
<li>Los IISS abren para la juventud de América Latina      nuevos horizontes de construir el Reino de Dios en medio de la nueva      realidad globalizada que exige la cooperación de los diferentes Institutos      en forma más dinámica para el crecimiento de los mismos</li>
<li>El ejemplo de los santos, particularmente el de      Santa Rosa y Santo Toribio, nos estimula a ser discípulos y misioneros      como hemos visto en algunos de nuestros miembros que ya han llegado a la      gloria y que tomaron muy en serio el mensaje del Papa con motivo de los 60      años de los IISS: Sed semilla de santidad arrojada a manos llenas en los      surcos de la historia.</li>
<li>Frente a la pobre realidad de los valores se insta a      obrar y crear oportunidades para fomentar y alentar sus vocaciones.      Necesidad de fortalecer la promoción de vocaciones a la vida consagrada      secular, afectada por la crisis de identidad de los jóvenes, y que se      refleja en el decrecimiento de no pocos Institutos a la vez que se      reconoce el crecimiento de otros</li>
<li> Clausurar no es enterrar sino resucitar a una      nueva vida: estrechar lazos, mayor participación, mejorar la comunicación,      y que se concreta en ayudar a formar nuevas federaciones en países que      todavía no existen y fortalecer las recientes. La CISAL mantendrá una      comunicación permanente de comunión y diakonía.</li>
<li>Todos los consagrados      seculares y con mayor responsabilidad los que hemos participado,      sin excepción, estamos llamados a la unidad      con nuestras Juntas, Conferencia y Federaciones a ser instrumentos de fortalecimiento, motivación en lazos      de comunicación, fraternidad y de ayuda entre los diferentes Institutos      Seculares de América Latina y el Caribe.      Debemos crear así una poderosa red entre todos para proyectarnos con mayor      fuerza al servicio de la Iglesia y del mundo.</li>
<li>Santa María, en la advocación de Nuestra Señora de      la Evangelización que ha presidido nuestro congreso y la Virgen de      Guadalupe, patrona de América, acompaña y guía a esta nueva generación de      laicos en su ruta misionera del tercer milenio, en constante compromiso      con nuestras realidades seculares.</li>
</ol>
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		<item>
		<title>Cattolici e musulmani, insieme contro la violenza nel nome di Dio</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 22:05:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Chiesa nel mondo]]></category>

		<category><![CDATA[Egitto]]></category>

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		<description><![CDATA[IL CAIRO, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Rappresentanti musulmani e cattolici del mondo hanno firmato una storica dichiarazione comune per respingere la manipolazione della religione per giustificare interessi politici, violenza o discriminazione.
Il documento ha raccolto le conclusioni della riunione annuale, celebrata al Cairo (Egitto) il 23 e il 24 febbraio scorsi, del Comitato congiunto per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IL CAIRO, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Rappresentanti musulmani e cattolici del mondo hanno firmato una storica dichiarazione comune per respingere la manipolazione della religione per giustificare interessi politici, violenza o discriminazione.</p>
<p>Il documento ha raccolto le conclusioni della riunione annuale, celebrata al Cairo (Egitto) il 23 e il 24 febbraio scorsi, del Comitato congiunto per il dialogo del Comitato permanente di Al-Azhar per il Dialogo tra le Religioni Monoteistiche e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.</p>
<p>La dichiarazione è firmata dallo sceicco Muhammad Abd al-Aziz Wasil, wakil di al-Azhar e presidente del Comitato per il dialogo di al-Azhar, e dal Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio, copresidenti della riunione.</p>
<p>Al-Azhar, fondata nell&#8217;anno 975, è considerata l&#8217;Università più antica con funzionamento ininterrotto e per la maggior parte dei musulmani sunniti è la scuola più prestigiosa.</p>
<div id="attachment_6578" class="wp-caption alignleft" style="width: 350px"><img class="size-medium wp-image-6578 " src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/aa39f8cbec338bd40ed22d74647f-grande-378x300.jpg" alt="Giovanni Paolo II incontra Muhammad Sayyed Tantawi - Egitto, febbraio 2000" width="340" height="270" /><p class="wp-caption-text">Giovanni Paolo II incontra Muhammad Sayyed Tantawi - Egitto, febbraio 2000</p></div>
<p>Come spiega la dichiarazione finale, &#8220;i partecipanti sono stati ricevuti dal Grande Imam di al-Azhar, professor sceicco Muhammad Sayyed Tantawi, che il Cardinale Tauran ha ringraziato per aver condannato gli atti di violenza nei quali sono morti sei cristiani e un poliziotto musulmano a Naga Hamadi, lo scorso Natale ortodosso, per aver espresso solidarietà alle famiglie delle vittime e per aver riaffermato l&#8217;uguaglianza di diritti e di doveri per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa. Lo sceicco Tantawi ha dichiarato di aver fatto soltanto ciò che riteneva essere il suo dovere di fronte a quegli eventi tragici&#8221;.</p>
<p>Il Comitato, con l&#8217;aiuto di documenti presentati da monsignor Bernard Munono Muyembe e dal professore Abdallah Mabrouk al-Naggar, ha esaminato il tema &#8220;Il fenomeno della violenza confessionale: comprendere il fenomeno e le sue cause e proporre soluzioni&#8221;, con particolare riferimento al ruolo delle religioni a questo proposito.</p>
<p>Al termine dell&#8217;incontro, i partecipanti hanno concordato, tra le altre, queste raccomandazioni: &#8220;prestare maggiore attenzione al fatto che la strumentalizzazione della religione a scopi politici o di altra natura può essere fonte di violenza; evitare la discriminazione sulla base dell&#8217;identità religiosa; aprire il cuore al perdono e alla riconciliazione reciproci, condizioni necessarie a una coesistenza pacifica e feconda&#8221;.</p>
<p>Musulmani e cattolici hanno chiesto di &#8220;riconoscere le similitudini e rispettare le differenze come prerequisito di una cultura di dialogo basata su valori comuni; affermare che entrambe le parti si impegnano di nuovo a riconoscere e a rispettare la dignità di ogni essere umano, senza alcuna distinzione basata sull&#8217;appartenenza etnica o religiosa; opporsi alla discriminazione religiosa in tutti i campi (leggi giuste dovrebbero garantire un&#8217;uguaglianza fondamentale); promuovere ideali di giustizia, solidarietà e cooperazione per garantire una vita pacifica e prospera a tutti&#8221;.</p>
<p>L&#8217;incontro bilaterale è finito con l&#8217;impegno a &#8220;opporsi con determinazione a qualsiasi atto che tenda a creare tensioni, divisioni e conflitti nelle società; promuovere una cultura di rispetto e di dialogo reciproci attraverso l&#8217;educazione a casa, a scuola, nelle chiese e nelle moschee, diffondendo uno spirito di fraternità fra tutte le persone e la comunità; opporsi agli attacchi contro le religioni da parte dei mezzi di comunicazione sociale, in particolare sui canali satellitari, in considerazione dell&#8217;effetto pericoloso che queste trasmissioni possono avere sulla coesione sociale e sulla pace fra comunità religiose&#8221;.</p>
<p>Cattolici e musulmani hanno infine chiesto di &#8220;assicurarsi che la predicazione dei responsabili religiosi nonché l&#8217;insegnamento scolastico e i libri di testo non contengano dichiarazioni o riferimenti a eventi storici che, direttamente o indirettamente, possano suscitare un atteggiamento violento fra i seguaci delle differenti religioni&#8221;.</p>
<p>Il Comitato ha concordato sul fatto che il prossimo incontro si svolgerà a Roma nel 2011, il 23 e il 24 febbraio.</p>
<h3>Dichiarazione dell&#8217;incontro cattolico-musulmano al Cairo</h3>
<p><strong>Contro la violenza a sfondo religioso</strong></p>
<p>AL CAIRO, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Si è svolto al Cairo, il 23 e il 24 febbraio scorsi, l&#8217;incontro annuale del Comitato congiunto per il dialogo del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Comitato permanente di Al-Azhar per il Dialogo tra le Religioni Monoteistiche.</p>
<p>Di seguito pubblichiamo la dichiarazione finale sottoscritta a conclusione dei lavori dal Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del dicastero vaticano, e dallo sceicco Muhammad Abd al-Aziz Wasil, wakil di al-Azhar e presidente del Comitato per il dialogo di al-Azhar.</p>
<p align="CENTER"><em>* * *</em></p>
<p>Martedì 23 e mercoledì 24 febbraio il Comitato congiunto ha svolto il suo incontro annuale nella sede di al-Azhar, sotto la presidenza  congiunta dello sceicco Muhammad Abd al-Aziz Wasil, wakil di al-Azhar e presidente del Comitato permanente di al-Azhar per il Dialogo con le Religioni Monoteistiche, e del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.</p>
<p>La delegazione di al-Azhar era così composta: professor sceicco Muhammad Abd al-Aziz, wakil di al-Azhar e presidente della Comitato permanente di al-Azhar; professor sceicco Omar al-Dieb Muhammad, membro dell&#8217;Accademia per la ricerca islamica e membro del Comitato permanente; professor Taha Musatfa Abu Kreisha, membro dell&#8217;Accademia per la ricerca islamica e membro del Comitato permanente; professor Abdallah Mabrouk al-Naggar, membro dell&#8217;Accademia per la ricerca islamica e membro del Comitato permanente; sceicco Ali Abd al-Baqi Shahata, membro dell&#8217;Accademia per la ricerca islamica e membro del Comitato permanente.</p>
<p>Il professor Mohammad al-Shahat al-Gendy, membro dell&#8217;Accademia per le ricerca islamica e del Comitato permanente, e il professor sceicco Ali Muhammad Fathallah, membro dell&#8217;Accademia per la ricerca islamica, che avrebbero dovuto partecipare, non hanno potuto essere presenti all&#8217;incontro.</p>
<p>La delegazione del Pontificio Consiglio era così composta: cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; arcivescovo Pier Luigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio; arcivescovo Michael Louis Fitzgerald, nunzio apostolico in Egitto; vescovo Botros Fahim Hanna, vicario del Patriarcato cattolico copto al Cairo; monsignor Khaled Akasheh, capo ufficio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; monsignor Bernard Munomo Muyembe, officiale del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; il fratello domenicano René-Vincent de Grandlaunay, dell&#8217;Istituto di Studi Orientali del Cairo.</p>
<p>I partecipanti sono stati ricevuti dal Grande Imam di al-Azhar, professor sceicco Muhammad Sayyed Tantawi, che il cardinale Tauran ha ringraziato per aver condannato gli atti di violenza nei quali sono morti sei cristiani e un poliziotto musulmano a Naga Hamadi, lo scorso Natale ortodosso, per aver espresso solidarietà alle famiglie delle vittime e  per aver riaffermato l&#8217;uguaglianza di diritti e di doveri per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa. Lo sceicco Tantawi ha dichiarato di aver fatto soltanto ciò che riteneva essere il suo dovere di fronte a quegli eventi tragici.</p>
<p>Il Comitato, con l&#8217;aiuto di documenti presentati da monsignor Bernard Munono Muyembe e dal professore Abdallah Mabrouk al-Naggar, ha esaminato il tema «Il fenomeno della violenza confessionale: comprendere il fenomeno e le sue cause e proporre soluzioni  con particolare riferimento al ruolo delle religioni a questo proposito».</p>
<p>I membri del Comitato hanno espresso soddisfazione per il clima di rispetto e amicizia reciproci  fra i partecipanti, che ha incoraggiato un aperto scambio di opinioni.</p>
<p>Al termine dell&#8217;incontro, i partecipanti hanno concordato sulle seguenti raccomandazioni: prestare maggiore attenzione al fatto che la strumentalizzazione della religione a scopi politici o di altra natura può essere fonte di violenza; evitare la discriminazione sulla base dell&#8217;identità religiosa; aprire il cuore al perdono e alla riconciliazione reciproci, condizioni necessarie a una coesistenza pacifica e feconda; riconoscere le similitudini e rispettare le differenze come prerequisito di una cultura di dialogo basata su valori comuni; affermare che entrambe le parti si impegnano di nuovo a riconoscere e a rispettare la dignità di ogni essere umano, senza alcuna distinzione basata sull&#8217;appartenenza etnica o religiosa; opporsi alla discriminazione religiosa in tutti i campi (leggi giuste dovrebbero garantire un&#8217;uguaglianza fondamentale); promuovere ideali di giustizia, solidarietà e cooperazione per garantire una vita pacifica e prospera a tutti; opporsi con determinazione a qualsiasi atto che tenda a creare tensioni, divisioni e conflitti nelle società; promuovere una cultura di rispetto e di dialogo reciproci attraverso l&#8217;educazione a casa, a scuola, nelle chiese e nelle moschee, diffondendo uno spirito di fraternità fra tutte le persone e la comunità; opporsi agli attacchi contro le religioni da parte dei  mezzi di comunicazione sociale, in particolare sui canali satellitari, in considerazione dell&#8217;effetto pericoloso che queste trasmissioni possono avere sulla coesione sociale e sulla pace fra comunità religiose; assicurarsi che la predicazione dei responsabili religiosi nonché l&#8217;insegnamento scolastico e i libri di testo non contengano dichiarazioni o riferimenti a eventi storici che, direttamente o indirettamente, possano suscitare un atteggiamento violento fra i seguaci  delle differenti religioni.</p>
<p>Il Comitato ha concordato sul fatto che il prossimo incontro si svolgerà a Roma nel 2011, dal 23 al 24 febbraio.</p>
<p><em>[Traduzione a cura de L'Osservatore Romano]</em></p>
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		<title>Una voce inascoltata in Terra Santa</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 16:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Chiesa nel mondo]]></category>

		<category><![CDATA[terra santa]]></category>

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		<description><![CDATA[ROMA, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Sebbene gli arabi cristiani costituiscano solo una piccola minoranza in Terra Santa, essi potrebbero tuttavia rappresentare un importante ponte nel conflitto che ha diviso la regione ormai da troppo tempo, afferma il patriarca Fouad Twal.
Il Patriarca latino di Gerusalemme lamenta che mentre la comunità internazionale tarda ad intervenire, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6574" class="wp-caption alignright" style="width: 289px"><img class="size-medium wp-image-6574 " src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/twal1-398x300.jpg" alt="Mons. Fouad Twal" width="279" height="210" /><p class="wp-caption-text">Mons. Fouad Twal</p></div>
<p>ROMA, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Sebbene gli arabi cristiani costituiscano solo una piccola minoranza in Terra Santa, essi potrebbero tuttavia rappresentare un importante ponte nel conflitto che ha diviso la regione ormai da troppo tempo, afferma il patriarca Fouad Twal.</p>
<p>Il Patriarca latino di Gerusalemme lamenta che mentre la comunità internazionale tarda ad intervenire, il numero di questi cristiani diminuisce rapidamente. Parte del problema, osserva, è che il muro israeliano alto 6 metri, che circonda i Territori palestinesi, ha reso la vita quotidiana per molte persone quasi impossibile.</p>
<p>Vi sono circa 50.000 cristiani che vivono nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, mentre altri 200.000 vivono in Israele.</p>
<p>In questa intervista rilasciata al programma televisivo &#8220;<em>Where God Weeps</em>&#8221; della testata Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Patriarca parla delle molte difficoltà in cui vivono i cristiani di Terra Santa, e lancia un triplice appello alle tre &#8220;P&#8221;: preghiera, progettazione e pressione.</p>
<p><strong>Quale è la situazione dei cristiani in Terra Santa oggi?</strong></p>
<p>Mons. Twal: Dobbiamo ricordare che il Patriarcato latino si estende su tre Stati: Giordania, Palestina e Israele, e persino su Cipro. Quindi non è facile parlare di una condizione omogenea, perché la situazione cambia da Stato a Stato. Generalmente, come sappiamo, ogni Stato è diviso in molte diocesi; nel nostro caso invece abbiamo una diocesi che copre diversi Stati.</p>
<p>Il fatto di vivere in condizioni di conflitto comporta problemi di frontiera; problemi per attraversare i confini; problemi per trasferire un sacerdote da una parrocchia a un&#8217;altra. Dobbiamo sottostare al rilascio di permessi, da parte di Israele, per muoverci nell&#8217;ambito di questi tre Stati che rientrano nel Patriarcato di Gerusalemme.</p>
<p><strong>Come descriverebbe i sentimenti delle persone, in particolare dei cristiani, che abitano a Gerusalemme e in Terra Santa?</strong></p>
<p>Mons. Twal: Gerusalemme è una città particolare: meravigliosa e drammatica, in cui persino il Signore pianse, e in cui noi continuiamo a piangere. Non è facile. Gerusalemme unisce tutti i credenti - ebrei, musulmani, cristiani - ma allo stesso tempo Gerusalemme divede tutti i credenti - fino alla morte. Ognuno vorrebbe Gerusalemme come propria capitale. Per me Gerusalemme deve essere la madre delle Chiese, la madre di tutti i credenti e non di un popolo solo.</p>
<p>È bello, da una parte, vedere queste persone che vengono a visitare il Luoghi Santi, e dall&#8217;altra fa male vedere la Chiesa locale, i cristiani del luogo, che non possono neanche visitare questi Luoghi Santi. Un parroco di Betlemme non può portare i propri parrocchiani in pellegrinaggio nei Luoghi Santi. La stessa situazione vale per Ramallah, la Giordania e altre parrocchie: non possono muoversi liberamente con tutti i posti di blocco e con il muro che li separa.</p>
<p><strong>Una domanda cruciale: la situazione è peggiorata per i cristiani in Terra Santa, a seguito della costruzione del muro?</strong></p>
<p><strong></strong>Mons. Twal: Sicuramente il muro ha diviso famiglie intere. Non si tratta solo dei Luoghi Santi, ma di famiglie vere. In alcune famiglie, i giovani non possono visitare i propri nonni che si trovano dall&#8217;altra parte del muro. Non possono andare ai loro parchi, giardini e uliveti che si trovano dall&#8217;altra parte. Il problema è notevole. Non è solo questione dei Luoghi Santi, ma della dignità delle famiglie, della separazione tra giovani e anziani. Non possono andare a visitare qualcuno che sta morendo dall&#8217;altra parte.</p>
<p><strong>Lei viaggia con il passaporto diplomatico del Vaticano?<br />
</strong><br />
Mons. Twal: Sì, è così. In questo modo posso visitare i fedeli nei tre Stati che compongono il Patriarcato: Giordania, Israele e Palestina. La questione sorge quando dobbiamo trasferire un prete da una parrocchia ad un&#8217;altra, in base al nostro lavoro pastorale e delle necessità pastorali. In questi casi devo pormi il problema se gli verrà dato il permesso oppure no. È un grande problema.</p>
<p>In Giordania - la parte più vasta del Patriarcato e la maggiore fonte di sacerdoti, seminaristi e suore - la questione è sempre se possiamo portarli in Palestina oppure no. L&#8217;altra questione riguarda i giovani seminaristi che si trovano a Beit Jala, vicino Betlemme, e che vogliono andare a trovare le proprie famiglie in Giordania durante le vacanze.</p>
<p><strong>A trovare le proprie famiglie?<br />
</strong><br />
Mons. Twal: Sì. È un problema. Il conflitto esiste. E noi ne subiamo le conseguenze. Ciò di cui abbiamo bisogno non è di un permesso ma della pace. Abbiamo bisogno di una vita normale; della libertà di movimento; di poterci muovere pacificamente, senza problemi e senza permessi. Anche se Israele ci dà i permessi, non siamo pienamente contenti. Lo saremo solo quando avremo la pace, quando avremo una vita normale e quando potremo muoverci senza problemi.</p>
<p>Il fatto è che il conflitto esiste ormai da 60 o 100 anni, e che finora non abbiamo visto alcun progresso verso la pace, la dignità, la libertà. Non l&#8217;abbiamo visto, ma non abbandoniamo mai la speranza. Preghiamo e chiediamo aiuto dall&#8217;esterno perché possiamo raggiungere la pace.</p>
<p><strong>I cristiani si trovano in mezzo tra estremisti musulmani ed estremisti sionisti. Dove si collocano i cristiani? Esiste un diffuso senso di aggressività nei confronti delle comunità cristiane, da parte di entrambe le parti?</strong></p>
<p><strong></strong>Mons. Twal: Sono convinto che la drammatica situazione ci deve riportare al Vangelo e a considerarlo seriamente. Nel Vangelo il Signore ci dice: &#8220;Se uno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua&#8221;.</p>
<p>E questo è il nostro &#8220;pane quotidiano&#8221;: portare la croce negli stessi luoghi dove lui l&#8217;ha portata. E come cristiani, e come minoranza, che questa croce venga dagli ebrei, dai musulmani o da noi stessi, non fa differenza. Il fatto è che non possiamo vivere in Terra Santa, che non possiamo amare la Terra Santa, che non possiamo lavorare in Terra Santa, senza prendere su di noi la croce. La situazione ci riporta quindi letteralmente al Vangelo. Ma al contempo, nel Vangelo, il Signore ci dice: &#8220;Non temere, io sono con te&#8221;.</p>
<p>Per questo il nostro entusiasmo, la nostra gioia di vivere, di lavorare, di evangelizzare, di portare avanti le nostre attività pastorali, non dipende dalla gioia della situazione politica - che il governo sia con noi o contro di noi. La nostra gioia di vivere, lavorare, pregare, viene da un&#8217;altra fonte: dal Signore, dalla sua forza, dal suo amore, dal suo perdono.</p>
<p><strong>Lei ha detto che gli arabi cristiani sono come un ponte tra Oriente e Occidente. Che ruolo hanno i cristiani in questo contesto?<br />
</strong><br />
Mons. Twal: Anzitutto, dobbiamo mantenere e rispettare la nostra identità di arabi e di cristiani. Non possiamo dimenticare questa identità. Come arabi abbiamo le stesse tradizioni, la stessa lingua, e abbiamo lo stesso approccio dei musulmani. Possiamo parlare con loro. Ci sentiamo più arabi noi di loro. Gli arabi esistevano secoli prima dell&#8217;arrivo dell&#8217;Islam nel Medio Oriente, e siamo fieri di poterci dire arabi provenienti dal deserto. Io lo dico con piacere e non mi crea problemi.</p>
<p>Allo stesso tempo siamo cristiani, e abbiamo una cultura, una cultura cristiana e una cultura occidentale, e possiamo e dobbiamo essere un elemento di moderazione, un fattore di riconciliazione, un fattore o un ponte tra i due popoli in conflitto. La questione è se la comunità internazionale ci accetta o ci considera in questo senso. Questa è la questione.</p>
<p>Troppo spesso veniamo dimenticati. Si prendono decisioni sul Medio Oriente spesso senza pensare a questa piccola minoranza cristiana nell&#8217;area. E spesso noi paghiamo il prezzo delle loro decisioni perché nessuno considera la nostra presenza, stretta tra la maggioranza musulmana e la maggioranza israeliana.</p>
<p><strong>Se potesse fare un appello ai cattolici, cosa chiederebbe per i cristiani in Terra Santa?<br />
</strong><br />
Mons. Twal: È semplice: un appello alle tre grandi &#8220;P&#8221;.</p>
<p>Preghiera: chiediamo alla Chiesa in tutto il mondo, alle comunità, ai sacerdoti e ai fedeli, di pregare per la pace in Terra Santa, perché noi continuiamo a credere nella forza della preghiera. Il Signore ha detto: vi do la mia pace. La pace che il mondo e i politici non possono dare, o che forse non vogliono dare. Quella solo lui ce la dà. Questa pace significa serenità, fede, amore e rispetto per tutti. Dunque la prima &#8220;P&#8221; è la preghiera.</p>
<p>La seconda &#8220;P&#8221; sta per Progetto: che sia avviato qualche progetto sociale, religioso o culturale. Si possono adottare le scuole, i seminaristi o il Patriarcato. Si può e si deve fornire aiuto.</p>
<p>E l&#8217;ultima &#8220;P&#8221; è quella della Pressione sui governi perché sia fatta pace. Abbiamo bisogno di questo, più di qualsiasi altra cosa. Abbiamo bisogno di pace; di una &#8220;road map&#8221; che conduca ad eliminare i posti di blocco e il muro, e a vivere in pace con tutti.</p>
<p>Vogliamo dire con chiarezza a tutti che con le armi, i muri e i posti di blocco, non ci sarà pace e non ci sarà sicurezza. La pace e la sicurezza, o lo sono per tutti, o non ci potranno essere per nessuno. Nessun popolo, né gli israeliani, né i palestinesi, possono avere una sicurezza o una pace unilaterale. Entrambi, o avranno pace e sicurezza, o continueranno ad uccidersi a vicenda in una spirale di violenza che non avrà mai fine. E noi non vogliamo questo.</p>
<p>Vogliamo la pace e la sicurezza per tutti: ebrei, musulmani e cristiani.</p>
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		<title>Una vita spesa per i giovani</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 06:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - istituti femminili]]></category>

		<category><![CDATA[Cándida María de Jesús]]></category>

		<category><![CDATA[Figlie di Gesù]]></category>

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		<description><![CDATA[(ZENIT.org).- &#8220;Dove non c&#8217;è posto per i poveri, non c&#8217;è posto per me&#8221;, diceva la religiosa spagnola Cándida María de Jesús (1845 - 1912), fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù.
Papa Benedetto XVI, durante il concistoro svoltosi venerdì scorso in Vaticano, ha annunciato che la sua canonizzazione si svolgerà il 17 ottobre prossimo in Vaticano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-6567" href="http://www.testimoni.org/2010/03/03/una-vita-spesa-per-i-giovani/madrecandida/"><img class="alignright size-medium wp-image-6567" title="madrecandida" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/madrecandida-174x300.jpg" alt="madrecandida" width="174" height="300" /></a>(ZENIT.org).- &#8220;Dove non c&#8217;è posto per i poveri, non c&#8217;è posto per me&#8221;, diceva la religiosa spagnola Cándida María de Jesús (1845 - 1912), fondatrice della <a href="http://www.hijasdejesus.org/es/index.asp" target="_blank">Congregazione delle Figlie di Gesù</a>.</p>
<p>Papa Benedetto XVI, durante il concistoro svoltosi venerdì scorso in Vaticano, ha annunciato che la sua canonizzazione si svolgerà il 17 ottobre prossimo in Vaticano insieme a quella di altri cinque beati.</p>
<p>Il suo nome di battesimo era Juana Josefa Cipitria y Barriola e nacque a Berrospe, Adoain, nei Paesi Baschi.</p>
<p>Mostrò sempre una grande sensibilità per i più bisognosi e abbandonati: &#8220;La sua profonda esperienza dell&#8217;amore di Dio per ognuna delle sue creature la portò a corrispondere con generosità e dedizione&#8221;, disse Papa Giovanni Paolo II nell&#8217;omelia della sua beatificazione, il <a href="http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1996/documents/hf_jp-ii_hom_19960512_beatificazioni_it.html" target="_blank">12 maggio 1996</a>.</p>
<p><strong>Figlie di Gesù</strong></p>
<p>Nel 1868 Juana Josefa conobbe il sacerdote gesuita Miguel José Herranz, che la illuminò nella chiamata a fondare una Congregazione che rispondesse alle sfide della turbolenta società dell&#8217;epoca.</p>
<p>Per questo, l&#8217;8 dicembre 1871, insieme ad altre cinque donne e basandosi sulla spiritualità ignaziana, Cándida María de la Cruz diede inizio a Salamanca alla Congregazione con un&#8217;Eucaristia celebrata nella chiesa della Clerecía.</p>
<p>Giovanni Paolo II ha ricordato in occasione della sua beatificazione che la futura santa &#8220;plasmò la sua carità verso il prossimo nella fondazione della Congregazione delle Figlie di Gesù, con il carisma dell&#8217;educazione cristiana dell&#8217;infanzia e della gioventù&#8221;.</p>
<p>Cándida María de Jesús dedicò sempre una grande attenzione alle sue religiose e ai beneficiari delle sue opere, ai sacerdoti, agli alunni e ai più bisognosi. Tra le sue allieve c&#8217;era María Antonia Bandrés Elósegui, che un giorno le disse &#8220;Tu sarai Figlia di Gesù&#8221;. Fu così. María Antonia è stata beatificata da Giovanni Paolo II nello stesso giorno della sua fondatrice.</p>
<p>Cándida María de Jesús esortava sempre le sue figlie attraverso i suoi scritti: &#8220;Quanto dobbiamo essere grate per l&#8217;enorme beneficio che ci ha fatto il Signore chiamandoci in questa nostra amata Congregazione per essere sue figlie e spose amate e salvare molte anime per il cielo!&#8221;, si legge in una delle sue lettere.</p>
<p>In poco tempo la Congregazione si estese in tutta la Spagna. Nel 1911 il primo gruppo di Figlie di Gesù partì per il Brasile, sede della prima fondazione fuori dal territorio spagnolo.</p>
<p>Oggi le suore sono presenti in otto Paesi dell&#8217;America Latina (Cuba, Repubblica Dominicana, Colombia, Venezuela, Bolivia, Brasile, Uruguay e Argentina), in due Nazioni europee (Spagna e Italia), in sei Paesi asiatici (Cina, Bangladesh, Thailandia, Taiwan, Filippine e Giappone) e in Mozambico, in Africa.</p>
<p>&#8220;Quel volto di Dio che contempliamo ci invita alla fraternità con tutti, alla gratuità, alla semplicità, alla gioia&#8221;, afferma la pagina web della Congregazione.</p>
<p>Le Figlie di Gesù cercano di far sì che le loro scuole siano un luogo di incontro della comunità cristiana attraverso un clima educativo impregnato di valori cristiani e favorevoli allo sviluppo personale, una pedagogia attenta alla persona concreta e al suo vivere, un approccio positivo all&#8217;istruzione.</p>
<p>Sono particolarmente attente anche agli immigrati, alla promozione della donna, alla pastorale penitenziaria, all&#8217;infanzia a rischio, alla pastorale familiare e ospedaliera e all&#8217;evangelizzazione con gli aborigeni, i gitani, i migranti e gli sfollati a causa della violenza.</p>
<p>Offrono anche esercizi spirituali nello schema di Sant&#8217;Ignazio di Loyola a laici e persone che desiderano avere questo spazio privilegiato di incontro con Dio.</p>
<p>&#8220;E&#8217; vero che la realtà attuale ci può far sprofondare nello scoraggiamento, ci può prostrare al pensiero che siamo una piccolissima goccia nel grande mare di questo mondo così lacerato dall&#8217;assenza di Dio - ha detto una delle suore della comunità di Buchardo, in Argentina, quando è venuta a conoscenza della canonizzazione della sua fondatrice -, ma sento che Madre Cándida mi dice e ci dice: &#8216;Confida in Colui che un giorno ha detto: Io sono la luce, io sono la vita!&#8217;&#8221;.</p>
<p><em>[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]</em></p>
<p><em>vedi: <a href="http://www.hijasdejesus.org/es/maxart.asp?IdArticulo=371">http://www.hijasdejesus.org/es/maxart.asp?IdArticulo=371</a></em></p>
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		<title>Estamos terremoteados</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/02/28/estamos-terremoteados/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 17:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Cile terremoto]]></category>

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Pubblichiamo questa lettera, giunta in redazione da p.  José María Arnaiz SM, redattore della rivista cilena Testimonio.
«Un saludo agradecido a todos los muchos que se han interesado por la situación de la Familia marianista en Chile con ocasión del impactante terremoto (grado 8.9) en nuestro país; también la necesaria información y una pequeña reflexión.
Este terremoto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em></p>
<div id="attachment_6553" class="wp-caption alignright" style="width: 410px"><img class="size-medium wp-image-6553" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/chile-400x273.jpg" alt="(Sergio Zuñiga's Photos)" width="400" height="273" /><p class="wp-caption-text">(Sergio Zuñiga&#39;s Photos)</p></div>
<p><em>Pubblichiamo questa lettera, giunta in redazione da p.  José María Arnaiz SM, redattore della rivista cilena Testimonio.</em></p>
<p>«Un saludo agradecido a todos los muchos que se han interesado por la situación de la Familia marianista en Chile con ocasión del impactante terremoto (grado 8.9) en nuestro país; también la necesaria información y una pequeña reflexión.</p>
<p>Este terremoto ha provocado una catástrofe nacional de proporciones nunca vistas. Las repercusiones humanas y económicas van a ser muy grandes. La recuperación total llevará muchos meses. Se habla de que es un terremoto &#8220;engañoso&#8221;; ha destruido mucho y sin aparentarlo.</p>
<p>Nadie relacionado con la familia marianista ha muerto o ha quedado herido. Son más de 300 los muertos en el país y casi 100 los desaparecidos. Llegan a 500.000 las viviendas destruidas. Son muchos los edificios de servicios públicos: hospitales, colegios, museos, cárceles&#8230; dañados en su estructura.  Nuestra presencia está centrada en Linares, Talca y Santiago. En los dos primeros lugares hay muchas víctimas y mucho desperfecto. Están en la segunda región más afectada del país. En Santiago se sintió menos. Difícil calcular los gastos que nos supondrán las reparaciones de la Residencia Universitaria, la Parroquia San Miguel, los Colegios, la comunidad de los religiosos de Puente Alto (Santiago), de las Hermanas en Talca.</p>
<p>En estos días se estaba celebrando en Santiago, organizado por la Fundación SM  y el grupo SM, el I Congreso iberoamericano de literatura infantil y juvenil y que se inauguraba con una  participación masiva de cerca de 800 personas de ellos un buen número de extranjeros. Estaba siendo todo un éxito. Faltaba día y medio para su finalización y, por supuesto,  se tuvo que suspender. Para quienes vivieron esta experiencia por primera vez el impacto, por supuesto, fue mucho mayor.</p>
<p>Vivir un terremoto en vivo y en directo es una experiencia inolvidable a la que se le pone fecha y lugar  y se hablará de un antes y un después del terremoto de Cauquenes (2010). Y qué sensación tan rica la de sentirse plenamente vivo cuando la tierra se tranquiliza. Por un momento se tiene la impresión que en sus entrañas está toda la fuerza contenida de una vida que parece retenida. Y por un momento se mira lo que no se ve y se vuelve a lo esencial y uno se acuerda de Dios. La fuerza de la naturaleza excesivamente agresiva e invasiva nos devuelve el sentido y el sano juicio: hoy todos importan, cada vida importa, estamos en el mismo rango, todos, sin excepción.  La pena que deje tanta huella y más en los más pobres.</p>
<p>Nos encomendamos a su oración para que en la prueba seamos fuertes y generosos».</p>
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		<title>AVVIARE UN DIALOGO CON TUTTI</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[comunicazione del vangelo]]></category>

		<category><![CDATA[dialogare]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella prolusione al Consiglio permanente della CEI che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 gennaio scorso, il card. Bagnasco, riferendosi a quanto più volte Benedetto XVI ha detto di recente sulla necessità di riportare il discorso di Dio al centro dell’attenzione dell’uomo d’oggi, ha affermato: «L’uomo di oggi non riesce ad accantonare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella prolusione al Consiglio permanente della CEI che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 gennaio scorso, il card. Bagnasco, riferendosi a quanto più volte Benedetto XVI ha detto di recente sulla necessità di riportare il discorso di Dio al centro dell’attenzione dell’uomo d’oggi, ha affermato: «L’uomo di oggi non riesce ad accantonare con leggerezza o supponenza la questione di Dio: dobbiamo “preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde” (Il papa alla <em>Curia Romana</em>, 21 dicembre 2009). Interessante l’impostazione che il papa dà alla questione: occorre fare in modo che i nostri contemporanei “accettino” per se stessi tale questione, la riconoscano come un fatto importante della loro esistenza, ne diano conto senza complessi. Ciascuno è chiamato a respingere le intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè all’interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di una debolezza dell’intelligenza e un cedimento all’irrazionalità».</p>
<p>Comunicare la fede è uno dei compiti tra i più impegnativi dell’azione pastorale della Chiesa. Essa, in effetti, si trova di fronte a due fatti difficilmente conciliabili: da una parte il comando imprescindibile del Signore “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad <em>ogni creatura</em>” (<em>Mc </em>16,15); dall’altra la constatazione storica che la prospettiva universalistica, che sta alla base della missione, viene contraddetta dai numeri. I cristiani infatti non superano numericamente un sesto dell’umanità e anzi tale percentuale va progressivamente riducendosi con il trascorrere del tempo. Inoltre va diffondendosi, anche nel mondo dei cristiani, una cultura secolarizzata, nella quale si progetta la vita sociale a prescindere da Dio, se non addirittura escludendolo e combattendolo. Appare emblematico, in tal senso il pensiero di Umberto Veronesi, apprezzato uomo di scienza, il quale, nel corso di una recente trasmissione su ‘Sky tg 24 pomeriggio’ spiegava i motivi che lo hanno portato ad allontanarsi dalla fede. Ha affermato che «scienza e fede non possono andare insieme, giacché la religione impedisce di ragionare, mentre la scienza vive nella ricerca della verità. La religione, per definizione è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio e nel bisogno di provare e riprovare».</p>
<p>Pur in presenza di queste difficoltà, «il comando del Signore ci obbliga – come ha affermato il card. Martini – …ad avviare un dialogo con tutti, a donare a tutti la nostra amicizia, ad ascoltarci a vicenda con attenzione, ad imparare gli uni dagli altri» (<em>La cattedra dei non credenti</em>).</p>
<p>Questo d’altronde è l’esempio che ci ha lasciato Gesù: è entrato in dialogo con la donna cananea e con il centurione, che erano i “lontani” del suo tempo e, anzi, ne ha esaltato la fede. La Chiesa primitiva non conobbe mai una marcia trionfale, ma conobbe resistenze, opposizioni e persecuzioni violente. L’apostolo Paolo sperimentò che per una porta che si apriva tra i pagani, un’altra se ne chiudeva nel mondo ebraico, e agli stessi Galati cristiani scriveva lamentandosi perché avevano abbandonato la retta dottrina.</p>
<h3>Comunicare il Vangelo ai “lontani” del nostro tempo</h3>
<p>Il problema che si pone oggi, anche di fronte all’abbandono della pratica religiosa da parte di tanti battezzati e di fronte a un certo numero di persone che richiedono di essere cancellate dal registro dei battezzati, è di individuare le strade per risvegliare la domanda religiosa e il senso di Dio. Inoltre appare importante rimuovere gli ostacoli alla ricezione del Vangelo che possono provenire anche dal comportamento dei cristiani.<sup>1</sup></p>
<p>Nel programma pastorale della Chiesa italiana per il decennio 2000- 2010, <em>Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia</em>, emergono due importanti intuizioni.</p>
<p>La prima è di carattere terminologico. Si parla non di annunciare il Vangelo ma di comunicare il Vangelo. Il termine “comunicare” va molto al di là dell’insegnare e del catechizzare. Comunicare esprime una modalità vitale di trasmettere un messaggio. Si comunica il pensiero, il proprio sentire, il proprio amore, la propria visione della vita. Nella comunicazione viene privilegiata la <em>testimonianza</em>, rispetto all’espressione verbale. Indirettamente viene richiamata l’espressione di Paolo VI: «Gli uomini di oggi preferiscono i testimoni ai maestri e accettano i maestri se sono anche testimoni» (<em>EN </em>41).</p>
<p>La seconda riguarda il soggetto della comunicazione del Vangelo. Sono chiamati in causa tutti e singoli i credenti; ma il soggetto prioritario resta la comunità cristiana. Essa, con il suo modo di comportarsi e di vivere, deve essere un annuncio, deve apparire non una “stazione di servizi religiosi”, ma uno spazio vitale, dove le singole persone vengono chiamate per nome, riescono a intrecciare rapporti, si sentono accolte, amate, valorizzate; dove è bandita ogni forma di discriminazione legata a ragioni di condizione sociale, di cultura, di produttività. Sarà più facile comunicare la fede, se chi si accosta alla parrocchia potrà sperimentare l’amore, l’accoglienza. È infatti l’amore il grembo vitale della verità.</p>
<h3>Modalità evangeliche per costruire il dialogo</h3>
<p>La difficoltà di dialogo con i non credenti può derivare anche dai nostri limiti, che rendono meno credibile il messaggio del Signore. Gesù ha introdotto i discepoli all’evangelizzazione dando alcune indicazioni che dovrebbero accompagnare l’incontro della Chiesa con l’umanità di ogni tempo: l’umiltà, la povertà e la gratuità.</p>
<p>• <em>Umiltà </em>anzitutto: “Gesù mandò i dodici in missione dopo aver dato queste istruzioni: andate fra la gente smarrita del popolo d’Israele” (<em>Mt </em>10,5-7). I discepoli sono “inviati”; non sono portatori di una propria dottrina, ma solo servitori della Parola. La loro posizione è incompatibile perciò con ogni espressione di vanità e con ogni esibizione di grandezza. L’efficacia della loro azione non dipende dagli appoggi politici o dalla cultura che possono sfoggiare, ma unicamente dalla coerenza della loro vita con i valori evangelici annunciati. C’è molto da sfrondare ancora nei nostri comportamenti di ecclesiastici o di religiosi/e. Più volte, anche negli ultimi tempi, il papa ha richiamato gli uomini di Chiesa a evitare la pianta mondana del carrierismo, che è l’opposto dell’insegnamento del Maestro.</p>
<p>• La <em>povertà </em>è il secondo insegnamento. “Non procuratevi monete d’oro o d’argento o di rame. Non portate con voi una borsa da viaggio, né abiti di ricambio, né bastone” (<em>Mt </em>10,10). Termini così radicali costringono i credenti, ma in maniera particolare quanti si sono impegnati con voto a vivere la povertà evangelica, a interrogarsi con rigore sui propri stili di vita, distinguendo i beni necessari, da quelli utili e soprattutto da quelli superflui che, come insegnano i padri della Chiesa, appartengono ai poveri. Non siamo credibili se diamo anche solo l’apparenza di ricchezza e di abbondanza, mentre esistono nel mondo e anche nel nostro paese forme preoccupanti di povertà.</p>
<p>• La <em>gratuità </em>è il terzo insegnamento del Signore: “Guarite i malati, sanate i lebbrosi, risuscitate i morti. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.” (<em>Mt </em>10,8). Oggi, le congregazioni religiose devono affrontare grossi problemi finanziari: il mantenimento dei religiosi anziani, la ristrutturazione di strutture fatiscenti, la giusta retribuzione ai dipendenti…. Ci può essere la tentazione di eliminare i servizi economicamente meno produttivi, che però sono pastoralmente i più necessari e significativi, soprattutto sotto il profilo della “scelta preferenziale dei poveri”.</p>
<p>Umiltà, povertà e gratuità, secondo il Vangelo, facilitano l’annuncio anche ai lontani.</p>
<h3>Operando assieme ai non credenti</h3>
<p>Fa parte della comunicazione del Vangelo anche l’animazione delle realtà temporali, di cui parla il concilio. Essa è particolarmente affidata ai cristiani laici: «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio, trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo” (<em>LG </em>31).</p>
<p>Su questo terreno è possibile e anzi auspicabile una collaborazione tra credenti e uomini di buona volontà. Partendo da motivazioni diverse, i primi in ragione della loro fede, i secondi essenzialmente per dovere civico, possono trovare una convergenza, nell’impegno a costruire una società dove la persona sia al centro della politica, dell’economia, della cultura e dell’organizzazione dei servizi. Lavorando insieme con lo stesso spirito di servizio, è possibile che cadano molti pregiudizi. Che negli atei fiorisca una nuova percezione della religione e nei credenti si scopra che il bene non è un patrimonio loro esclusivo, ma può essere donato a ogni uomo, poiché ha la sua sorgente nello Spirito che “spira dove vuole”. Gli spazi sociali che reclamano uno sforzo congiunto di tutte le forze in campo sono tanti e urgenti.<br />
Pensiamo ad esempio a:</p>
<p>• la necessità di ridurre le gravi <em>disuguaglianze </em>presenti nel mondo e anche all’interno dei singoli paesi. Nel mondo sono oltre un miliardo le persone che soffrono la fame e la malnutrizione. Anche in Italia è stridente la suddivisione della ricchezza: essa si concentra per il 50% sul quinto della popolazione più ricca, mentre il quinto più povero deve accontentarsi del 7%. L’evasione fiscale è stimata a circa il 20% del Pil: una massa enorme di denaro che, se rientrata, potrebbe consentire un miglioramento di tutti i servizi alla popolazione e consentirebbe di assicurare un contributo ragionevole allo sviluppo dei popoli poveri.</p>
<p>• la lotta alla <em>povertà </em>che, in Italia, affligge 8,5 milioni di cittadini, ossia oltre il 13% della popolazione italiana. Nessun governo italiano del secondo dopoguerra ha mai messo in atto un programma di lotta alla povertà. Ne scaturisce non solo un danno per la dignità e la discriminazione delle singole persone, ma anche una grave ricaduta sulla famiglia. Le famiglie povere nell’insieme sono circa l’11% del totale, ma tra le famiglie con due figli il tasso di povertà sale al 16% e tra le famiglie con 3 figli il tasso di povertà sale ulteriormente al 23%. La politica familiare costituisce un ostacolo e una condanna alla fecondità familiare.</p>
<p>• Il problema della <em>pace </em>infine richiede uno sforzo collettivo e un cambio di mentalità allargato trasversalmente a credenti e non credenti. L’obiettivo da perseguire è anzitutto la riduzione delle spese per gli armamenti e la devoluzione del risparmio ai paesi poveri. Il papa ha ribadito più volte questo imperativo etico, ma ha incontrato un silenzio assordante nelle nazioni ricche, compresa l’Italia, che occupa l’ottavo posto nel mondo per spese militari, mentre il suo contributo allo sviluppo, che è dello 0,1% del Pil, la colloca al penultimo posto tra le nazioni dell’O.C.S.E. L’obiettivo più generale di questo impegno per la pace, è inoltre di costruire una cultura di nonviolenza nelle relazioni quotidiane e di allargare la visione del “bene comune” ai confini del mondo.</p>
<p>Uguaglianza, attenzione preferenziale ai poveri, costruzione della pace, sono valori evangelici, e i cristiani che li promuovono fanno una vera opera di evangelizzazione. Sono però anche valori squisitamente umani, condivisibili con i non credenti e, pertanto costituiscono uno spazio di dialogo, di collaborazione, di avvicinamento che potrà rendere più facile la percezione che tutti siamo una sola famiglia. Questo renderà più vicina la convinzione di tutti che, a monte di questa unica famiglia esiste un Padre comune.</p>
<p><small>1. Cf. anche, la <em>Lettera ai cercatori di Dio</em>, preparata per iniziativa della “Commissione episcopale per la dottrina della fede” come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa. Il Consiglio episcopale permanente ne aveva approvato la pubblicazione nella sessione del 22–25 settembre 2008. </small></p>
<h3>La qualità più della quantità</h3>
<p><em>Estratto dal discorso del card. Franc Rodé tenuto a Napoli, il 3 febbraio scorso, in occasione del II convegno diocesano dedicato ai religiosi.<br />
</em><br />
La crisi che vivono certe comunità religiose, soprattutto nell’Europa occidentale e nell’America del Nord, riflette la crisi più profonda della società europea e americana. Tutto questo ha inaridito le sorgenti che per secoli hanno alimentato la vita consacrata e missionaria della Chiesa. La cultura secolarizzata è penetrata nella mente e nel cuore anche di alcune persone consacrate e di alcune comunità, confusa come un accesso alla modernità e come una modalità d’approccio al mondo contemporaneo, con tutte le sue conseguenze: sequela senza rinuncia; preghiera senza incontro; vita fraterna senza comunione; obbedienza senza fiducia; carità senza trascendenza. La credibilità, l’affidabilità della vita consacrata, al contrario, emerge quando i consacrati e le consacrate fanno ciò che dicono, quando ciò che trasmettono come parola annunciata è da loro vissuto: evangelizzano perché sono evangelizzati, trasmettono la fede perché sono credenti, diffondono la carità perché vivono il comandamento nuovo…</p>
<p>Viviamo quindi in un tempo in cui come consacrati e consacrate ci sentiamo sollecitati da molte domande e da molti interrogativi. Le sfide, come abbiamo rilevato, non provengono soltanto dal mondo esterno, ma sorgono anche dal nostro stesso cuore, dall’interno della stessa vita consacrata, e sono di diversa indole e natura: dal calo numerico delle vocazioni alla loro fragilità, dall’invecchiamento che porta all’incertezza del futuro, dalla formazione iniziale e permanente all’inculturazione degli istituti nelle realtà nelle quali vivono, fino alla testimonianza limpida e coerente nelle chiese locali…</p>
<p>I consacrati e le consacrate, specie nel mondo occidentale, in Europa e nell’America settentrionale, hanno un’età media piuttosto elevata – di norma, oltre i sessanta anni, con punte di settanta e ottanta. Da un punto di vista sociologico, non si può negare che questa sia una situazione negativa, poiché con l’invecchiamento è connessa la conseguente sfida dell’abbandono delle opere e la chiusura degli istituti. Questo comporta anche problematiche interne ulteriori che riguardano l’inserimento delle nuove vocazioni in comunità anziane, con le ovvie difficoltà d’integrazione, accettazione e partecipazione, diversità di esperienze di vita e d’esigenze concrete e fatica nella socializzazione.</p>
<p>È urgente per noi tornare ad aprirsi al mistero di Cristo Signore, al realismo inaudito della sua incarnazione; superare l’egocentrismo in cui spesso gli istituti si trovano rinchiusi per aprirsi a progetti comuni, in collaborazione con altri istituti, con le chiese locali, con i fedeli laici.</p>
<p>Non pochi istituti hanno cercato di risolvere il problema della scarsità o mancanza di nuove vocazioni con le «vocazioni straniere»: soprattutto dall’Africa, dall’India e dalle Filippine. È facile, in situazioni di crisi, ricorrere a scorciatoie ingannevoli e dannose, tentare d’abbassare i criteri e i parametri per l’ingresso nella vita consacrata e il prosieguo nella formazione iniziale e permanente. Il discernimento vocazionale deve essere serio e accurato. La formazione deve essere solida, completa, personalizzata. Occorre che le nostre comunità siano in grado di formare persone appassionate. In un tempo così difficile e travagliato, la formazione deve essere la migliore possibile, abbracciando tutte le dimensioni della persona: umana, culturale, religiosa, carismatica. Il consacrato e la consacrata devono essere persone complete e preparate in grado d’affrontare tutte le sfide che la cultura e il mondo lanciano alla Chiesa e alla vita consacrata. Anche in questo caso, nessuna scorciatoia e nessun trucco sono leciti: ne va di mezzo non solo la persona stessa, ma anche l’istituto e la Chiesa. La formazione dovrà pertanto, accompagnare nell’esperienza viva della <em>sequela Christi</em> secondo lo stile di vita proprio di ogni singolo istituto, nella dinamicità e complessità del mondo e della società attuale.</p>
<p>È necessario poi rammentare che, specialmente i giovani, sono particolarmente sensibili all’influsso dell’ambiente e della società nei quali vivono, in qualche modo più vulnerabili. Molti di loro vivono sotto il segno dell’emozione e della provvisorietà e sono dominati dalla dittatura del relativismo per la quale tutto, sempre, è passibile d’una negoziazione, tutto è sospetto, e alimenta incertezze, insicurezze e instabilità. Molti rischiano di continuare a essere sedotti dalla cultura del <em>part time</em> e dello <em>zapping</em>, che porta a non saper accogliere e assumere impegni di lunga durata, e a passare da un’ esperienza all’ altra, senza essere capaci d’andare nel profondo. La seduzione d’una cultura <em>light </em>è concreta, generando vite «al ribasso» e portando con sé l’incapacità d’impegno, di sacrificio, di rinuncia. È evidente come tutto questo contrasta con l’esigenza della «misura alta» della vita cristiana. Se la formazione non riesce a superare questi ostacoli generiamo persone senza entusiasmo, consacrati stanchi, rassegnati, frustrati, persone che non sono capaci di proseguire lungo il cammino vocazionale o che si fermano e lasciano gli istituti senza neanche sapere le proprie motivazioni. Senza una proposta carismatica, avvincente e coinvolgente, diventa difficile il processo di identificazione vocazionale. Il ritorno ai carismi dei fondatori è uno degli elementi decisivi dell’identità degli istituti.</p>
<p>È urgente cambiare mentalità e considerare queste sfide, pur impegnative, non come difficoltà e ostacoli ma come un nuovo <em>kairos</em>, un tempo di grazia in cui è presente il soffio vivificante dello Spirito. Occorre avere la coscienza d’essere alternativi alla cultura dominante, che è cultura di morte, di violenza, di sopraffazione, con la testimonianza gioiosa che siamo portatori di vita e di speranza. In un mondo tutto mercificato, essere testimoni che l’unico valore è la dignità della persona umana riscattata dalla grazia di Cristo. La vera libertà non è l’assenza di regole ma l’obbedienza alla voce del Padre che ci chiama a essere figli e liberi in Cristo Gesù, nella gioia di vivere secondo le beatitudini evangeliche. Il senso della vita non è dato dalle cose ma dall’adesione a una Persona, il nostro adorabile Salvatore. Occorre comprendere e riconquistare il valore dell’essere fermento nella massa, segno di profezia e di speranza. Il problema non è la massa, ma la qualità del lievito che deve fermentarla.</p>
<div id="attachment_6535" class="wp-caption aligncenter" style="width: 640px"><img class="size-full wp-image-6535   " src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/dialogue2.jpg" alt="Dialogue, Doc Ross" width="630" height="347" /><p class="wp-caption-text">Dialogue, Doc Ross</p></div>
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		<title>UN DIALOGO DIFFICILE E IMPEGNATIVO</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Vatican's apostolic visitation]]></category>

		<category><![CDATA[visita apostolica USA]]></category>

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		<description><![CDATA[La visita si svolge in quattro fasi ed è destinata a durare un intero triennio. La chiusura è prevista per il 2011 e si concluderà con la consegna di tutto il materiale raccolto alla Congregazione per la vita consacrata. Diverse le difficoltà incontrate già nella prima fase.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/nuns_wideweb__.jpg" alt="" title="" width="470" height="287" class="aligncenter size-full wp-image-6527" />La visita si svolge in quattro fasi ed è destinata a durare un intero triennio. La chiusura è prevista per il 2011 e si concluderà con la consegna di tutto il materiale raccolto alla Congregazione per la vita consacrata. Diverse le difficoltà incontrate già nella prima fase.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>LE &#8220;SANTE&#8221; FATICHE DELLA RISTRUTTURAZIONE</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:08:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - istituti maschili]]></category>

		<category><![CDATA[passionisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un processo in atto da quasi un decennio. Nel nome della “solidarietà”, privilegiati i settori della formazione, delle risorse umane e di quelle economiche. Nate sei nuove entità: le “configurazioni”. Le ultime tappe prima del capitolo generale del 2012.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/ristrutturazione.jpg" alt="" title="" width="429" height="281" class="aligncenter size-full wp-image-6522" />Un processo in atto da quasi un decennio. Nel nome della “solidarietà”, privilegiati i settori della formazione, delle risorse umane e di quelle economiche. Nate sei nuove entità: le “configurazioni”. Le ultime tappe prima del capitolo generale del 2012.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>POSSIAMO DIRE LA NOSTRA?</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:07:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Questioni sociali]]></category>

		<category><![CDATA[giovani]]></category>

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		<description><![CDATA[A interrogare e interrogarsi sono soprattutto i/le giovani la cui quasi totalità giunge con un bagaglio culturale ed esperienziale molto diverso dalle sorelle con cui convivono. Giovani che si sono nutrite/i, nel periodo delle scuole superiori e università, degli interrogativi radicali della vita.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/questions.jpg" alt="" title="" width="300" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-6519" />A interrogare e interrogarsi sono soprattutto i/le giovani la cui quasi totalità giunge con un bagaglio culturale ed esperienziale molto diverso dalle sorelle con cui convivono. Giovani che si sono nutrite/i, nel periodo delle scuole superiori e università, degli interrogativi radicali della vita.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>TESTIMONI DELLA &#8220;GRANDE SPERANZA&#8221;</title>
		<link>http://www.testimoni.org/2010/02/28/testimoni-della-grande-speranza/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - problemi generali]]></category>

		<category><![CDATA[Dimensione profetica della vita consacrata]]></category>

		<category><![CDATA[speranza]]></category>

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		<description><![CDATA[In una società sempre più segnata dal pessimismo e dalla sfiducia, la VC è chiamata a tenere alta più che mai la fiaccola della fede che genera speranza. Non possiamo e non dobbiamo infatti rassegnarci al pessimismo.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/olympic_torch.jpg" alt="" title="" width="440" height="330" class="aligncenter size-full wp-image-6516" />In una società sempre più segnata dal pessimismo e dalla sfiducia, la VC è chiamata a tenere alta più che mai la fiaccola della fede che genera speranza. Non possiamo e non dobbiamo infatti rassegnarci al pessimismo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L’ILLUSIONE DELLA REINCARNAZIONE</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[teologia]]></category>

		<category><![CDATA[reincarnazione]]></category>

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		<description><![CDATA[L’idea della reincarnazione riflette l’angoscia del nostro tempo. Il problema ha risvolti pedagogici e pastorali. Bisogna perciò saper cogliere l’intuizione che l’accompagna e rispondere ad essa indicando in Cristo risorto il senso definitivo dell’esistenza umana, nella luce cioè della Pasqua.
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6512" class="wp-caption aligncenter" style="width: 450px"><img class="size-full wp-image-6512 " src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/ernesto-graditi_resurrezione.jpg" alt="Ernesto Graditi &quot;resurrezione&quot;" width="440" height="377" /><p class="wp-caption-text">Resurrezione, Ernesto Graditi</p></div>
<p>L’idea della reincarnazione riflette l’angoscia del nostro tempo. Il problema ha risvolti pedagogici e pastorali. Bisogna perciò saper cogliere l’intuizione che l’accompagna e rispondere ad essa indicando in Cristo risorto il senso definitivo dell’esistenza umana, nella luce cioè della Pasqua.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;IO SONO UN SOGNO DI DIO&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:04:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>

		<category><![CDATA[Don Giovanni Bertocchi]]></category>

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		<description><![CDATA[Un prete allegro, sorridente, amico dei giovani che ha amato con autentico cuore sacerdotale. L’esperienza di sentirsi amato e perdonato da Dio lo ha segnato profondamente e portato a rispondere al dono di Dio con tutto se stesso e a comunicare la speranza che gli bruciava in cuore.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/io-sono-sogno-provv.jpg" alt="" title="" width="272" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-6509" />Un prete allegro, sorridente, amico dei giovani che ha amato con autentico cuore sacerdotale. L’esperienza di sentirsi amato e perdonato da Dio lo ha segnato profondamente e portato a rispondere al dono di Dio con tutto se stesso e a comunicare la speranza che gli bruciava in cuore.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>IL SILENZIO DI GESÙ</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[voce dello spirito]]></category>

		<category><![CDATA[silenzio]]></category>

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		<description><![CDATA[Gesù parla, dialoga e ascolta, ma incontra anche il silenzio ed egli stesso, in diverse occasioni, sta in silenzio. A volte il silenzio dice più della parola.Quando si accenna al silenzio di Gesù, subito il pensiero corre al silenzio della passione. E infatti è qui che il silenzio ha raggiunto il punto più alto della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gesù parla, dialoga e ascolta, ma incontra anche il silenzio ed egli stesso, in diverse occasioni, sta in silenzio. A volte il silenzio dice più della parola.<div id="attachment_6506" class="wp-caption aligncenter" style="width: 450px"><img class="size-full wp-image-6506" src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/giotto_lazzaro.jpg" alt="" width="440" height="402" /><p class="wp-caption-text">Risurrezione di Lazzaro, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.</p></div>Quando si accenna al silenzio di Gesù, subito il pensiero corre al silenzio della passione. E infatti è qui che il silenzio ha raggiunto il punto più alto della sua forza espressiva.</p>
<p>Ma i vangeli non parlano soltanto del silenzio della passione. C’è anche il silenzio dell’uomo che resta ammutolito di fronte a Gesù, o perché la sua parola lo riempie di meraviglia o perché la sua verità lo infastidisce. C’è il silenzio di Gesù di fronte alle domande pretestuose o inutili di chi finge di interrogarlo. E c’è il silenzio che Gesù impone a chi vorrebbe parlare di lui prima di aver intravisto la novità, che è la croce. Non basta il coraggio dell’annuncio a fare un vero discepolo. Occorre anche lo spazio del silenzio necessario per cogliere la novità di Gesù.</p>
<p>Stupisce il silenzio di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro (Gv 11). In realtà è lo specchio del silenzio di Dio, un silenzio che lo stesso Gesù incontra nel Getsemani e nella sua domanda sulla croce. Il racconto del Getsemani è apparentemente un dialogo. Gesù parla cinque volte, sempre rivolgendosi a qualcuno: ai discepoli e al Padre. Ma nessuno gli risponde, quasi fosse un monologo.</p>
<p>L’esperienza del silenzio di Dio non dice la debolezza della fede ma la profondità e l’umanità della fede e porta al centro dell’uomo e della storia, là dove Dio e l’uomo sembrano contraddirsi, dove Dio sembra assente o distratto, dove la morte sembra avere l’ultima parola sulla vita e la menzogna sulla verità. Ma se compreso nel mistero di Cristo, allora il silenzio di Dio appare nella sua realtà, cioè come un diverso modo di parlare. Infatti nel Getsemani il Padre ha parlato: non con il miracolo che libera dalla morte, ma con il coraggio di affrontare la morte attraversandola. Se all’inizio Gesù è angosciato e impietrito, alla fine – dopo aver pregato – egli è tornato sereno e pronto:”Alzatevi, andiamo! Colui che mi tradisce è vicino” (Mc 14,42).</p>
<p>Il momento più espressivo del silenzio di Gesù è la passione. Qui il silenzio è veramente più denso delle parole. Nella passione Gesù parla poche volte, mai per difendersi, ma soltanto per spiegare la sua identità. Sollecitato dal sommo sacerdote a rispondere alle molte accuse, Gesù tace. È il silenzio di chi, nell’umiliazione, conserva intatta la sua dignità. La verità tace di fronte alla violenza, non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha già detto tutto.</p>
<p>Nei racconti della passione è sempre presente la figura del giusto sofferente, che Gesù rivive e ingigantisce. È una figura senza tempo, presente in ogni momento della storia e in ogni luogo. Gesù ne è la gigantografia. È la figura dell’uomo che annuncia la verità e proprio per questo è colpito. Nel racconto del processo di Gesù davanti a Pilato sono in molti a parlare: i sacerdoti, Pilato, la folla, i soldati. Ma Gesù non parla.</p>
<p>Nei racconti di Marco (15,24-39) e Matteo (27, 32-50) attorno al crocifisso sono in molti a parlare: i passanti, i sacerdoti, le guardie, i due ladroni. Tutti parlano o di Gesù o contro Gesù, ma lui tace . Rivolge una domanda al suo Dio, che cade nel silenzio. Muore con un grido senza parole: “Gesù, dato un forte grido, spirò”. Il Padre parlerà, ma dopo, con la resurrezione. La croce è il momento in cui tocca al Figlio manifestare tutta la sua fiducia nel Padre. Tocca al Crocifisso rivelare fino a che punto giunge l’amore di Dio.</p>
<p>Ma c’è anche il silenzio di Maria che dovrebbe essere lo specchio del silenzio della Chiesa. Fra i molti silenzi di Maria il più significativo è quello ai piedi della Croce. Gesù le rivolge la parola: “Donna, ecco tuo figlio”( Gv 19,26). Ma la madre non risponde. La sua risposta è il silenzio che acconsente, il silenzio che esprime un “sì” detto con la vita.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Bruno Maggioni </em>da <strong>Era veramente uomo</strong><br />
Àncora Editrice, Milano 2004</p>
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		<title>Tra presenza e missione</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VC - nelle chiese locali]]></category>

		<category><![CDATA[religiosi nella chiesa locale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella Chiesa locale e nel territorio siamo invitati a privilegiare un atteggiamento di fattiva attenzione alla sue indicazioni e intuizioni, ma anche a far nostra un’ampia libertà creativa, per scoprire nuove forme di presenza evangelica e di condivisione profetica.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/quartiere-395x300.jpg" alt="" title="" width="395" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-6503" />Nella Chiesa locale e nel territorio siamo invitati a privilegiare un atteggiamento di fattiva attenzione alla sue indicazioni e intuizioni, ma anche a far nostra un’ampia libertà creativa, per scoprire nuove forme di presenza evangelica e di condivisione profetica.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>RAGIONI PER CREDERE</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Rotasperti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Informazione bibliografica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il periodo prima di Pasqua, in cui i cristiani si preparano alla più grande celebrazione dell’anno, è un tempo adatto alla riflessione sui fondamenti della fede. È stato in vista di questo che Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, ha deciso di guidare alcuni incontri che potessero fornire qualche traccia sui grandi temi della fede.
Rowan Williams
Ragioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.testimoni.org/wp-content/uploads/williams_ragioni-per-credere-188x300.jpg" alt="" title="" width="188" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-6500" />Il periodo prima di Pasqua, in cui i cristiani si preparano alla più grande celebrazione dell’anno, è un tempo adatto alla riflessione sui fondamenti della fede. È stato in vista di questo che Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, ha deciso di guidare alcuni incontri che potessero fornire qualche traccia sui grandi temi della fede.</p>
<p><em>Rowan Williams</em><br />
<strong>Ragioni per credere</strong><br />
Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 2009, pp. 167, € 12,00</p>
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