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CREATO E MINACCE ALLA PACE

Un tema che interpella le coscienze
di Tonio Dell’Olio

Quella della salvaguardia del creato in strettissima sintonia col tema della pace, non è scoperta recente. Non risponde al bisogno di essere presenti a tutti i costi su un tema scottante e vitale come quello dell’ecologia. Ha costituito piuttosto uno di quei rivoli carsici, eppure presenti tanto nella riflessione teologica, quanto nella prassi di laici e religiosi, di movimenti e associazioni, di correnti di spiritualità e di proposta culturale. Basti pensare all’azione del mondo francescano che, in nome della spiritualità del Cantico delle creature, non ha mancato di riservare sempre attenzione speciale alla salvaguardia del creato.

Ancor più questo interesse è stato messo in luce a partire dagli anni 1970 e ’80 quando, il tema del creato non si è intrecciato soltanto a quello della pace, ma è stato affrontato “in formato ecumenico”. Nelle conclusioni dell’Assemblea ecumenica europea riunitasi a Basilea nel 1989 sul tema di Pace, giustizia e salvaguardia del Creato, leggiamo una raccomandazione che oggi suona ancora più vera e profonda: «Consideriamo essenziale che le preoccupazioni vitali per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato non siano separate dalla missione della chiesa di annunziare l’Evangelo. Ci impegniamo perciò nel compito di annunziare a tutti l’offerta da parte di Dio di una nuova vita in Cristo» (79). Non mancano certo, nel documento conclusivo, le preoccupazioni circa il deterioramento dell’ambiente con la denuncia dell’inquinamento, dello sfruttamento delle energie non rinnovabili, la distruzione delle foreste, l’estinzione di tante specie animali… Si comprende bene che già venti anni fa si aveva una chiara visione non solo della gravità del problema, ma anche della necessità di porvi dei rimedi e di offrire un contributo come comunità cristiane. Non a caso, nello stesso anno, un vescovo del sud Italia, don Tonino Bello, presidente di Pax Christi scriveva: «Alla radice di questa coscienza, che potremmo chiamare “trinitaria”, visto che la pace oggi si declina inesorabilmente con la giustizia e con la salvaguardia del creato, c’è la constatazione che, a produrre tanti guasti inesorabili della natura, è sempre il seme del profitto. Lo stesso che genera le guerre. L’utero che partorisce la guerra è sempre gravido, diceva Brecht. E i suoi parti sono trigemini, dal momento che, oltre alla guerra e all’ingiustizia, si porta dentro anche il mostro ecologico. Isaia le aveva intuite prima di noi queste articolazioni, quando annunciava la discesa dello Spirito che avrebbe trasformato il deserto in giardino, all’interno del quale sarebbe fiorito l’albero della giustizia, sui cui rami sarebbe spuntato il frutto della pace. “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino…e la giustizia regnerà nel giardino…e frutto della giustizia sarà la pace” (32,15-17)».

Per una ecologia umana

La scelta di Benedetto XVI di dedicare la riflessione del Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2010 al tema della salvaguardia del creato come condizione essenziale per dare vita, speranza, senso pieno alla pace, non celebra una sorta di legittimazione dell’impegno degli anni scorsi di associazioni, movimenti e religiosi/e. Piuttosto dà conto di una consapevolezza ormai diffusa e radicata nel cuore dei credenti e delle comunità che va orientata ed educata alla luce del grande patrimonio che, dalla Scrittura al Magistero, dalla testimonianza dei santi alle scelte di tanti credenti, hanno segnato il cammino delle chiese sul tema del creato per la pace. D’altra parte è lo stesso pontefice a sottolineare la linea di continuità di questa riflessione citando esplicitamente il tema scelto da Giovanni Paolo II venti anni fa: “Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato”. Benedetto XVI sottolinea l’importanza dell’approfondimento e del servizio educativo cui siamo chiamati sul tema: «Sempre più si deve educare a costruire la pace a partire dalle scelte di ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e politico. Tutti siamo responsabili della protezione e della cura del creato. Tale responsabilità non conosce frontiere» (11). E, ancora: «Volentieri, pertanto, incoraggio l’educazione a una responsabilità ecologica, che, come ho indicato nell’enciclica Caritas in veritate, salvaguardi un’autentica “ecologia umana”» (12).

Un problema di enormi proporzioni

Ma a impressionare maggiormente nella riflessione per la Giornata mondiale del 2010 è la profonda consapevolezza che il problema ha raggiunto oramai proporzioni tanto gravi da far invocare l’emergenza e che in nessun modo potremmo sperare in un futuro di pace se non poniamo mano con determinazione a rimediare alle grandi ingiustizie e sofferenze prodotte dal sovvertimento dell’ordine che il Creatore ci ha donato nel creato: «Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani –, non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito» (1).

Con la stessa forza e senza mezzi termini, Benedetto XVI aveva denunciato la profonda ingiustizia che si sta consumando sulla pelle della natura e, quindi, dell’uomo, nel corso del suo intervento alla Conferenza generale della FAO lo scorso 19 novembre: «Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa prima di ogni degrado dell’ambiente. La tutela ambientale si pone quindi come una sfida attuale per garantire uno sviluppo armonico, rispettoso del disegno di Dio, il Creatore, e dunque in grado di salvaguardare il pianeta».

E a seguire, il papa chiama per nome le sfide più importanti, dall’acqua ai cambiamenti climatici, alle conseguenze più deleterie e degradanti per le persone, desertificazione, perdita di produttività di vaste aree agricole, inquinamento dei fiumi e falde acquifere, perdita della biodiversità, aumento di eventi naturali estremi, disboscamento delle aree equatoriali e tropicali. «Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’ – prosegue il Messaggio –: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato? Come non reagire di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali? Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo» (4).

Il testo pertanto è molto coraggioso perché arriva non solo a porre in evidenza i guasti ma anche a perimetrarne le cause che sono da ricercare nel potere esercitato in modo indiscriminato e ingiusto dai governi più ricchi e dai potentati economici. Ancora di più, non se la prende soltanto con gli stili di vita che i singoli abitanti dei paesi del nord del mondo hanno adottato da tempo e che feriscono profondamente l’ambiente, ma denuncia apertamente il modello di sviluppo figlio di un’economia che rincorre esclusivamente la massimizzazione del profitto sacrificando sui suoi altari ogni altro valore, compreso il rispetto dovuto al creato. Sono queste considerazioni che fanno affermare a Benedetto XVI che è illusorio pensare di risolvere la crisi ecologica ponendo soltanto dei correttivi sul piano ambientale (ridurre le emissioni di gas serra, ricorrere a energie rinnovabili…) se non si ha il coraggio di operare «un profondo rinnovamento culturale… e di riscoprire quei valori che costituiscono il solido fondamento su cui costruire un futuro migliore per tutti » (5). Resta chiaro che quei “correttivi” a cui s’è fatto riferimento non solo sono essenziali, ma vanno anche diffusi e assunti come obbligo da parte dei governi nelle politiche ambientali da adottare.

Un business per le ecomafie

Nel messaggio non si fa menzione del rischio crescente della privatizzazione dell’acqua e delle fonti idriche, ma siamo assolutamente certi che tale pratica non verrebbe certamente incontro alle condizioni di degrado rese ancora più profonde dai cambiamenti climatici, in cui versano milioni di uomini e donne che abitano il sud del pianeta. Allo stesso modo il papa non fa esplicito riferimento alle attività illecite che riguardano l’ecologia e in cui sono fortemente impegnate le organizzazioni criminali. Le ecomafie ormai sono diventate un business tra i più redditizi e spaziano dallo smaltimento dei rifiuti al traffico di legnami preziosi, dal controllo delle fonti idriche ai traffici di specie animali rare, solo per citare alcune di queste attività. Anche in questo caso la salvaguardia dell’ambiente ha una stretta connessione con la pace e ne diventa premessa indispensabile. Quei traffici arrivano a condizionare la vita di intere popolazioni e a compromettere la vita delle future generazioni. Il tutto in nome del dio denaro, seguendo cioè gli stessi canoni dell’economia lecita.

Le chiese dovrebbero impegnarsi in primo piano per rendere deste le coscienze ed educare alla legalità e alla giustizia affinché non vi sia nessuna forma di contiguità, di copertura o di complicità verso attività così delittuose! Rimane amaramente vero che purtroppo tale senso di responsabilità non è così diffuso e presente nelle comunità cristiane. Non so quanti sono soliti confessare i peccati contro il creato! Segno che nella prassi pastorale, nell’azione omiletica, nell’attività educativa e di catechesi, non è evidenziato a sufficienza questo genere di “peccato” che non accoglie il dono di Dio nel creato, in cui ci si rifiuta di collaborare alla sua opera o addirittura si contribuisce a ferire la natura e la sua bellezza in cui Dio si riflette. Per queste ragioni il papa richiama a «una leale solidarietà inter-generazionale» (8) intesa come patto da stabilire e osservare verso le generazioni future e una «solidarietà intra-generazionale, specialmente nei rapporti tra i paesi in via di sviluppo e quelli altamente industrializzati».

Noi abitanti dei paesi ricchi abbiamo contratto un debito nei confronti della folla immensa che abita le frontiere del sud: paradossalmente non abbiamo creato le condizioni affinché anch’essa godesse dei benefici del progresso industriale e abbiamo fatto in modo che proprio i più poveri soffrissero le conseguenze più dolorose in termini di inquinamento, di cambiamenti climatici e di sfruttamento delle materie prime. In questo senso diventa ancora più vero che “Se vuoi coltivare la pace, devi custodire il creato” e vi sarebbe da aggiungere che è necessario passare a una giustizia ambientale che preveda risarcimenti e benefici per coloro che finora hanno pagato il prezzo più alto. «La Chiesa ha una responsabilità per il creato e sente di doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio Creatore per tutti, e, anzitutto, per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso». Parola di papa.

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